7 Van Gogh

Infanzia, adolescenza e vita di un uomo prima del mito.

Il ritorno e la rottura con Goupil (1875–1876)

Quando la distanza diventa visibile,
non serve più parlare.

Si vede negli occhi.
Nel modo in cui rispondi.
Nel modo in cui resti fermo
anche quando dovresti sorridere.

A Londra Vincent cominciò a cambiare senza dichiararlo.
Non diventò ribelle.
Non alzò la voce.

Semplicemente,
non riusciva più a fare il mestiere come prima.

La Goupil non gli chiedeva di essere felice.
Gli chiedeva di essere utile.
Di essere efficace.
Di restare dentro il ritmo.

Ma Vincent, ormai, non vendeva più immagini.
Le ascoltava.

E un uomo che ascolta ciò che gli altri comprano
diventa presto un problema.

All’inizio i superiori provarono a ignorarlo.
Poi a correggerlo.
Poi a spostarlo.

Fu così che arrivò Parigi.

Non come premio.
Non come promozione.

Come un ultimo tentativo di rimetterlo in asse,
di riportarlo dentro una forma.

Parigi (1875) — Il punto in cui il mondo non aspetta

Parigi non era Londra.

Londra era un fiume: scorreva, trascinava, confondeva.
Parigi era una macchina: funzionava, decideva, tagliava.

Qui l’arte non era solo un oggetto da vendere.
Era un sistema.
Una gerarchia.
Una febbre.

La sede di Goupil & Cie a Parigi era il cuore.
Non una filiale.
Non un passaggio.

Il luogo in cui si stabiliva cosa valeva,
cosa andava di moda,
cosa si poteva spingere sul mercato.

E Vincent ci arrivò come si arriva in una città troppo grande
quando si è già stanchi dentro.

A Parigi Vincent era ancora solo.
Theo c’era,
ma non accanto.

E quando l’unico volto familiare
resta lontano,
anche una città piena
diventa vuota.

Non disse nulla.
Non protestò.
Non chiese spiegazioni.

Si presentò.

Con la stessa educazione di sempre.
Con la stessa disciplina.
Con quella serietà che, fino a quel momento,
era stata il suo unico modo di reggere.

Ma Parigi non premia la serietà.
Parigi premia la velocità.

E Vincent, dentro, non era più veloce.
Era più profondo.


Il lavoro, più duro e più freddo

A Parigi il lavoro era lo stesso, ma non lo era.

I cataloghi erano più grandi.
Le richieste più numerose.
I clienti più esigenti.

Si parlava di vendite come si parla di risultati:
senza emozione.

Si ragionava su ciò che “tira”.
Su ciò che “piace”.
Su ciò che “si muove”.

E Vincent, ogni giorno, faceva più fatica
a partecipare a quel linguaggio.

Non perché non capisse.
Lo capiva benissimo.

Ma perché non lo sopportava più.

Le opere gli passavano davanti come volti.
E lui non riusciva a trattarle come merce.

Si fermava.
Osservava troppo.
Commentava in modo diverso.

Non diceva: “questo si vende”.
Diceva: “questo parla”.
E spesso, quando parlava,
non era più un impiegato.

Era un uomo che cercava una verità.


L’attrito

All’inizio fu un fastidio lieve.

Una nota.
Un richiamo gentile.

Un superiore che gli diceva di non complicare.
Di restare semplice.
Di fare il lavoro.

Poi l’attrito divenne più netto.

Vincent non era scontroso.
Non era aggressivo.
Non era indisciplinato.

Era peggio:
era impossibile da “mettere a posto”.

Perché non si opponeva.
Ma non si piegava.

E quando un uomo non si piega,
anche se resta educato,
il sistema lo sente come una minaccia.


Quando l’arte diventa morale

In quei mesi Vincent cominciò a cambiare anche fuori dal lavoro.

Non cercava più la città.
Non cercava più svago.

Cercava senso.

La fede, che a Londra era tornata come voce interiore,
a Parigi diventò necessità.

Non parlava di Dio come dottrina.
Parlava di Dio come urgenza.

Come se il mondo, così com’era,
non potesse essere sopportato senza un significato più grande.

Cominciò a giudicare.

Non le persone.
La direzione.

La superficialità.
La corsa.
Il denaro che decideva la bellezza.

E questo, in un luogo che viveva di equilibrio e profitto,
era intollerabile.


Il momento in cui smette di funzionare

Vincent continuava a presentarsi.
Continuava a lavorare.

Ma la sua presenza non era più “funzionale”.

Non perché facesse errori.
Ma perché non era più neutro.

E in quel mestiere la neutralità è tutto.

Un venditore d’arte non deve amare troppo.
Non deve credere troppo.
Non deve soffrire troppo.

Deve saper consigliare,
non convertire.

Vincent, invece, cominciava a parlare ai clienti
come se dovessero essere salvati.

Non compratori.
Anime.

E quando un uomo confonde un negozio con una chiesa,
il negozio chiude la porta.


La fine (1876)

La rottura non fu teatrale.
Non ci fu una scena madre.

Fu una conclusione.

Una decisione presa dall’altra parte della scrivania.

Come si fa con ciò che non si può aggiustare.

Nel 1876 Vincent lasciò Goupil & Cie.

Non con rabbia.
Non con orgoglio.

Con la stessa forma di silenzio con cui era entrato.

Solo che adesso quel silenzio non era più incertezza.

Era una certezza dura:

che non avrebbe potuto vivere
facendo finta di non sentire.