
Capitolo 8 — Dopo Goupil: il vuoto e la chiamata
Quando Vincent lasciò Goupil,
non uscì da un ufficio.
Uscì da un’idea di vita.
Non c’erano più cataloghi.
Non c’erano più orari.
Non c’erano più città da inseguire.
C’era solo una domanda, nuda, inevitabile:
se non posso vivere così, allora come devo vivere?
Tornò indietro senza clamore.
Con una valigia leggera
e un peso enorme.
Per la famiglia era una caduta.
Per lui era una frattura.
Ma dentro quella frattura,
qualcosa cominciava a muoversi.
Non ancora arte.
Non ancora pittura.
Una necessità più antica:
dare un senso al dolore.
E trovare, finalmente,
un posto che non fosse soltanto un posto.
Il ritorno
Tornare a casa, per Vincent, non fu un riposo.
Fu un confronto.
Le stanze erano le stesse.
Gli odori familiari.
Il ritmo lento della provincia.
Ma lui non era più lo stesso ragazzo partito per “sistemarsi”.
Aveva visto città enormi.
Aveva visto il mercato trasformare l’arte in merce.
Aveva visto sé stesso diventare inadatto
proprio nel momento in cui sembrava più “avviato”.
E adesso era lì,
davanti agli occhi di chi lo amava,
con una domanda che nessuno sapeva risolvere:
che cosa farai adesso?
Il padre sperava in una strada rispettabile.
Un impiego.
Un ruolo.
Qualcosa che riportasse ordine.
La madre sperava in una pace.
In una quiete possibile.
Vincent non dava risposte chiare.
Non perché volesse fuggire.
Ma perché non ne aveva.
Aveva solo un’urgenza:
non tradirsi più.
La prima idea: essere utile
Per un periodo provò la soluzione più semplice:
essere utile.
Non nel senso del mondo.
Nel senso dell’anima.
Insegnare.
Aiutare.
Parlare.
Non era ambizione.
Era bisogno di restare vicino a qualcosa che contasse.
Vincent non cercava un mestiere.
Cercava una giustificazione morale alla vita.
E quando un uomo cerca una giustificazione,
la fede diventa inevitabile.
Non come tradizione.
Come necessità.
L’Inghilterra e la parola
Ci fu un altro tentativo, quasi un’ultima deviazione.
L’Inghilterra tornò a chiamarlo,
ma non più attraverso Goupil.
Vincent provò a lavorare come insegnante,
in una scuola modesta,
con ragazzi che avevano negli occhi
la stessa stanchezza che lui portava dentro.
Non era un lavoro stabile.
Non era una carriera.
Era un modo per restare in mezzo agli uomini
senza sentirsi estraneo.
E lì, più che insegnare,
Vincent cominciò a parlare.
Non di programmi.
Di senso.
Parlava come uno che non possiede nulla
se non la propria convinzione.
E quella convinzione cresceva.
La Bibbia, che prima era stata lettura,
diventò voce.
Le parole non erano più pagine.
Erano strumenti.
Non per spiegare il mondo.
Per salvarlo.
La fede come fuoco
Vincent cominciò a vivere la religione
non come un insieme di regole,
ma come una fiamma.
Non si accontentava di credere.
Voleva essere degno.
Voleva somigliare a ciò che predicava.
E quando un uomo vuole somigliare alla propria fede,
inizia il conflitto più duro:
quello con la misura.
Perché la fede, se diventa assoluta,
non tollera compromessi.
Vincent non cercava più una vita normale.
Cercava una vita giusta.
E una vita giusta, spesso,
è una vita che fa male.
Theo
Theo c’era.
Sempre.
Non sempre vicino,
ma presente.
Era l’unico che non lo guardava come un problema da risolvere.
Lo guardava come un uomo in cammino.
Tra loro non servivano grandi discorsi.
Bastava una lettera.
Una frase.
Un “come stai” che non era formalità.
Theo non poteva fermarlo.
Ma poteva non lasciarlo cadere.
E questo, per Vincent, era già moltissimo.
Verso il Belgio
La direzione arrivò come arrivano le cose decisive:

non con un annuncio,
ma con un richiamo.
Vincent sentiva che la fede non poteva restare parola.
Doveva diventare presenza.
E la presenza, per lui, significava una cosa sola:
stare dove la vita era più dura.
Non dove era comodo aiutare.
Dove era necessario.
Fu così che lo sguardo si spostò verso il Belgio.
Verso le zone dei minatori.
Verso luoghi che non avevano bellezza,
ma avevano verità.
Non era un viaggio di carriera.
Non era un progetto.
Era una scelta interiore.
Vincent non stava andando a “fare qualcosa”.
Stava andando a consumarsi.
Perché in quel momento credeva che la bontà
dovesse essere totale.
E quando credi che la bontà debba essere totale,
non ti basta più vivere.
Vuoi offrirti.


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