
I giorni scorrevano (Natale si avvicinava)
I giorni scorrevano senza fretta.
Non succedeva nulla di clamoroso, eppure ogni cosa sembrava muoversi lo stesso, come un fiume sotto il ghiaccio: invisibile, ma presente.
Natale si avvicinava.
Lo si capiva dalle cose piccole.
Dai pacchi di carta marrone che qualcuno stringeva sotto il braccio.
Dalle luci appese alle finestre, poche e semplici, ma abbastanza per cambiare il volto del paese.
Dal profumo di pane caldo che usciva dai forni, e da quel silenzio diverso che le sere portavano con sé, come se persino la neve avesse imparato a camminare più piano.
Antonio continuava la sua vita di sempre.
Miniera, tunnel, freddo, fatica.
La mattina scendeva che era ancora buio, e il buio gli sembrava una cosa normale, come una seconda pelle.
La sera risaliva che la luce era già sparita, e la stanchezza si appoggiava sulle spalle come un cappotto pesante.
Eppure qualcosa, dentro, stava cambiando.
Non nel lavoro.
Non nel corpo.
Nell’attesa.
Francesca, per due sere di fila, lo aspettava alla stazione. E Antonio sperava, in silenzio, che non fosse soltanto una comodità.
Parlavano un po’ di tutto.
Cose semplici, senza peso.
E per la prima volta Francesca parlò di sé.
Gli raccontò che da piccola era venuta in Svizzera.
Che lei era arrivata dall’Italia, mentre sua sorella era nata lì, in quel paese freddo e ordinato che ormai chiamavano casa.
Disse che frequentava le scuole svizzere.
Che per lei era stato normale imparare due lingue insieme: l’italiano per non perdere le radici, il tedesco per stare al passo con la vita.
Lo diceva senza vantarsi, senza farlo pesare.
Come si raccontano le cose che ti hanno formato, ma che non hai scelto.
Antonio ascoltava e annuiva.
Poi, quasi per dovere, parlò anche lui.
Ma di lui c’era poco da dire.
Non c’erano scuole da raccontare, né lingue da imparare.
C’era solo lavoro.
E tanta miseria.
Eppure Francesca lo ascoltò lo stesso.
Come se anche quella povertà avesse una dignità.
Come se, in quel silenzio, ci fosse qualcosa che valeva la pena capire.
E parlò anche del suo passato.
Di quando faceva il fabbro.
Del ferro che diventava rosso, del martello che batteva sempre uguale, e di quel mestiere duro che però gli dava una soddisfazione semplice: vedere qualcosa nascere dalle sue mani.
Poi raccontò anche di un’altra cosa, più strana, quasi tenera.
Disse che, andava con il veterinario che abitava vicino casa.
Lo aiutava nelle stalle.
Non era un lavoro vero e proprio.
Era più un bisogno di imparare, di sentirsi utile, di stare vicino a qualcuno che sapeva fare.
Portava gli attrezzi, teneva ferme le bestie quando serviva, puliva, ascoltava.
E in mezzo a quell’odore forte di fieno e animale, capiva che la fatica aveva un senso diverso: non era solo sopravvivere, era prendersi cura.
Francesca lo ascoltava senza interromperlo.
E Antonio, mentre parlava, si accorse di una cosa semplice:
per la prima volta, da quando era arrivato lì, non si sentiva solo un uomo in miniera.
Poi Antonio esitò un attimo.
Come se stesse per dire una cosa che non aveva mai detto a nessuno.
Si schiarì appena la voce e aggiunse:
«Adesso ti dico una cosa… ma non ridere, per favore.»
Francesca lo guardò e annuì subito, seria.
Antonio abbassò lo sguardo per un istante, poi riprese.
«Quando un animale partorisce… a volte ci sono problemi.
Diventa irrequieto, scalpita, si spaventa.
E non capisci se è dolore o paura… ma lo senti che non sta bene.»
Fece una pausa, come se stesse rivedendo la scena davanti a sé.
«Allora io… gli parlo piano, vicino all’orecchio.
Gli accarezzo la testa… il corpo.
E non so perché, ma… mi ascolta.»
Alzò gli occhi verso di lei, quasi chiedendo permesso.
«Che sia un’asina, una giumenta, una mucca… è lo stesso.
Io parlo… e loro si calmano.»
Francesca non rise.

Non fece nemmeno una battuta.
Restò in silenzio, con lo sguardo fermo su di lui, come se avesse capito qualcosa che Antonio non aveva mai saputo spiegare.
Poi disse soltanto:
«Non è una cosa da ridere.»
La sua voce era bassa, ma sicura.
«È una cosa bella.»
Antonio sentì il calore salire piano, come una vergogna buona.
Una di quelle che non fanno male, ma ti ricordano che sei vivo.
Camminarono ancora per un tratto senza parlare.
La neve continuava a scendere lenta, leggera, come se anche lei stesse ascoltando.
Antonio pensò che forse era quello il suo dono, e non l’aveva mai capito davvero:
non aggiustare le cose,
non risolvere i problemi del mondo,
ma farle respirare.
E mentre accompagnava Francesca verso casa, con il freddo che gli mordeva le mani e il silenzio che gli stava intorno, sentì che quella sera non era uguale alle altre.
Non perché fosse successo qualcosa di grande.
Ma perché, per la prima volta dopo tanto tempo, qualcuno lo aveva guardato senza fretta.
E aveva visto in lui non solo la fatica.
Ma anche la gentilezza.
Antonio la lasciò davanti al portone.
Francesca si fermò un attimo, come sempre.
Aveva le guance arrossate dal freddo e gli occhi lucidi di luce e neve.
«Buona notte, Antonio» disse piano.
«Buona notte, Francesca.»
Lei entrò, richiuse la porta senza rumore.
E lui restò fuori ancora un secondo, con la sensazione strana di avere qualcosa in petto che non era stanchezza.
Tornò verso casa con passo lento.
Le strade erano quasi vuote.
Ogni tanto una finestra illuminata lasciava uscire un pezzo di vita: una risata, un cucchiaio che batteva sul piatto, un canto lontano di radio.
Natale era vicino.
E lui lo sentiva in quel modo semplice in cui lo sentono i poveri:
non nei regali, non nei grandi preparativi,
ma nella voglia di calore.
Pensò alla sua casa in Italia.
Alla tavola apparecchiata con quello che c’era.
Ai visi familiari, alle voci, ai rumori che sembravano sempre uguali e che invece, adesso, gli mancavano come l’aria.
Sarebbe stato il suo primo Natale lontano da tutto.
Il primo Natale da uomo, senza più la protezione della famiglia.
Solo con lo zio.
Lo zio era buono, e Antonio lo sapeva.
Ma certe sere la solitudine non la riempi con la bontà.
La solitudine resta.
Ti cammina accanto.
Quando arrivò a casa, lo zio stava seduto vicino alla stufa.
Aveva già cenato, ma lo aspettava come sempre.
Antonio si tolse il cappotto, si sedette senza parlare.
Lo zio lo guardò un attimo, poi disse con voce calma:
«Hai fatto tardi.»
Antonio annuì.
«L’ho riaccompagnata.»
Lo zio sorrise appena, senza fare domande.
«Hai fatto bene.»
E in quelle tre parole Antonio sentì qualcosa che non si aspettava:
non un giudizio, non una battuta,
ma una specie di benedizione silenziosa.
Quella notte, prima di addormentarsi, Antonio pensò alla vigilia.
All’invito di Vito.
Alla casa calda, alla tavola, al caffè.
E, inevitabilmente, pensò a Francesca.
Non come a un sogno.
Ma come a una possibilità che il tempo stava scrivendo piano.
Fuori, la neve continuava a cadere leggera.
E i giorni, uno dopo l’altro, scivolarono via fino a quando, senza che Antonio se ne accorgesse davvero…
arrivò la Vigilia di Natale.

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