
La Vigilia di Natale
La Vigilia arrivò senza fare rumore.
Come la neve.
Non fu un giorno diverso dagli altri per il lavoro.
Il tunnel era sempre lo stesso: buio, umido, stretto, con l’odore del carbone che ti entrava addosso e non se ne andava più.
Antonio scese anche quella mattina.
Antonio scese anche quella mattina.
Quel giorno fecero un turno più corto, giusto per non lasciare il lavoro scoperto.
Con la testa bassa, il fiato corto per il freddo e le mani già dure prima ancora di cominciare.
Ma dentro, da qualche parte, sentiva che non era un giorno come gli altri.
Perché quella sera avrebbe avuto un posto dove andare.
Non una stanza, non un letto.
Un posto vero.
Lo zio glielo aveva ricordato mentre bevevano il caffè, prima che Antonio uscisse.
«Stasera ci andiamo da Vito» aveva detto.
Semplice.
Come se fosse una cosa normale.
E Antonio aveva annuito, senza dire nulla.
Ma quel “ci andiamo” gli aveva scaldato qualcosa dentro.
Durante il turno pensò a Francesca.
Non lo faceva apposta.
Succedeva e basta.
Le venivano in mente le sue parole, dette senza peso.
Il suo modo di ascoltare.
Il modo in cui lo guardava quando lui era sporco e stanco, come se quello non contasse.
E più ci pensava, più Antonio sentiva crescere una domanda che non aveva il coraggio di dire ad alta voce:
Cosa si regala a una ragazza come lei?
Non aveva soldi.
Non aveva idee eleganti.
Non aveva nemmeno l’abitudine di fare regali.
Da lui, in paese, si regalava il necessario.
Non i sogni.
Quando uscì dalla miniera era già buio.
Aveva il viso segnato, le mani nere, il corpo che chiedeva solo una cosa: riposo.
E invece si lavò.
Non come la domenica del pranzo da Vito.
Quella cura non poteva permettersela ogni volta.
Ma si lavò bene.
Finché l’acqua non portò via il peggio.
Finché il carbone non rimase solo sotto le unghie e nei solchi della pelle.
Lo zio lo guardava senza dire nulla.
Poi, mentre Antonio si infilava la camicia pulita, lo zio tirò fuori una piccola busta di carta.
«Tieni» disse.
Antonio lo fissò, come se non capisse.
«Che cos’è?»
Lo zio alzò le spalle.
«Un pensiero. Per Francesca… e una bottiglia per Vito.
Stasera non si va a mani vuote.»
Antonio rimase fermo.
Il pacchetto sembrava pesare più di un sacco di carbone.
«Zì… io…»
Lo zio lo interruppe con un gesto.
«Non ti vergognare. Non è una cosa grande.
È una cosa giusta.»
Antonio aprì piano.
Dentro c’era un oggetto semplice: una piccola spilla, un fermaglio, qualcosa che una ragazza poteva mettere sul cappotto o tra i capelli.
Non oro.
Non lusso.
Solo una delicatezza.
Antonio lo guardò come si guarda una cosa fragile.
«E se sembra una sciocchezza?» mormorò.
Lo zio sorrise appena.
«Le sciocchezze sono quelle che non si fanno.
Non quelle che si fanno col cuore.»
Antonio non rispose.
Chiuse la busta con attenzione, come se fosse un segreto.
Poi uscirono.
Il paese aveva luci sparse.
Poche, ma abbastanza per far sembrare tutto più vicino.
Più umano.
La neve cadeva leggera e le strade erano quasi vuote.
Ogni tanto una finestra illuminata lasciava uscire un pezzo di vita.
Antonio camminava accanto allo zio con il regalo in tasca.
Sentiva il battito del cuore contro il tessuto del cappotto, come se fosse lui a bussare.
Quando arrivarono davanti alla casa di Vito, Antonio rallentò.
Non era paura.
Era rispetto.
Lo zio bussò.
La porta si aprì subito, e il calore li investì come una carezza.
La moglie di Vito li accolse con un sorriso pieno.
«Entrate, entrate… che fuori è un gelo!»
Dentro c’era odore di cucina, di pane, di brodo, di legna.
Odore di Natale vero, non quello delle cartoline.
Vito era seduto, avvolto in una coperta.
Sembrava ancora stanco, ma gli occhi erano vivi.
«Antonio!» disse.
E la sua voce aveva quel tono che usano gli uomini quando non vogliono mostrare affetto, ma lo hanno.
Antonio gli strinse la mano.
«Buona Vigilia, Vito.»
«Buona Vigilia a te, ragazzo.»
Anche lo zio salutò Vito e porse la bottiglia con rispetto, come si fa tra uomini che si stimano
Poi apparve Francesca.
Non entrò subito nella stanza.
Si fermò un attimo sulla soglia, come aveva fatto la prima volta.
E quando Antonio la vide, sentì qualcosa stringersi dentro.
Era semplice.
Un vestito chiaro, i capelli raccolti, le guance leggermente rosse.
Niente di speciale, eppure tutto.
«Buona sera, Antonio» disse.
«Buona sera, Francesca.»
Si guardarono un secondo in più del necessario.
Poi la madre li richiamò a tavola e la casa si riempì di voci.
Non c’era musica alta.
Non c’erano grandi brindisi.
Solo la gente che mangiava e si scaldava insieme.
Antonio sedeva e ascoltava.
Guardava Vito che ogni tanto tossiva, ma sorrideva lo stesso.
Guardava la moglie che non si fermava mai.
Guardava l’altra figlia che sistemava i piatti.
E guardava Francesca.
Francesca parlava con tutti, ma ogni tanto, senza volerlo, tornava con lo sguardo su di lui.
Come se volesse controllare che fosse davvero lì.
Quando arrivò il momento dei dolci, la moglie di Vito portò un vassoio e disse:
«Questa sera niente tristezza. È Natale.»
Antonio abbassò gli occhi, quasi per non farsi vedere.
Ma lo zio gli diede un colpetto leggero sotto il tavolo.
Era il momento.
Antonio sentì il sangue salire.
Tirò fuori la busta dalla tasca, con un gesto lento, quasi impacciato.
La posò davanti a Francesca.
«Questo… è per te.»
Francesca lo guardò sorpresa.
«Per me?»
Antonio annuì, senza riuscire a dire altro.
Francesca aprì piano.
Vide il piccolo oggetto, semplice e delicato.
E sorrise.
Non un sorriso grande.
Un sorriso che restava.
«È bellissimo» disse.
Antonio scosse la testa.
«No… è una cosa piccola.»
Francesca lo guardò dritto.
«Le cose piccole sono quelle che si portano addosso.»
E in quella frase Antonio sentì una verità che non aveva mai imparato in miniera.
Francesca prese il fermaglio e se lo mise.
Senza chiedere aiuto.
Senza esitare.
Poi alzò lo sguardo.
«Così va bene?»
Antonio annuì.
E per un istante la stanza scomparve.
Non c’erano più piatti, né rumori, né neve fuori.
C’erano solo loro due, e quella cosa nuova che stava crescendo piano.
Lo zio li guardava da lontano.
Non disse nulla.
Ma nel modo in cui sorseggiava il vino c’era un sorriso che non aveva bisogno di parole.
Più tardi, quando si alzarono per andare via, Vito si fece serio.
Guardò Antonio.
«Ragazzo… qui sei sempre il benvenuto.»
Antonio abbassò lo sguardo.
«Grazie.»
Vito aggiunse, con fatica:
«E ricordati una cosa.
La miniera ti prende il corpo.
Ma non ti deve prendere l’anima.»
Antonio non rispose.
Non perché non volesse.
Perché non avrebbe saputo come.
Quando uscirono, la neve cadeva ancora.
Piano.
Silenziosa.
Francesca li accompagnò fino alla porta.
Prima che Antonio si allontanasse, lei gli disse:
«Buon Natale, Antonio.»
Antonio la guardò.
«Buon Natale, Francesca.»
E in quel momento capì che non era più solo un Natale lontano da casa.
Era il primo Natale in cui qualcuno lo aspettava davvero.

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