9- Van Gogh

Capitolo 9 – Il Borinage

Belgio, 1878
(Il Sognatore Lento)


Il luogo che non accoglie

Il Borinage non si presentò.
Non fece annunci.
Non offrì promesse.

Il Borinage era nel sud del Belgio, in Vallonia, poco oltre Mons.
Una conca di terra bassa, senza orizzonte, dove l’aria sapeva di fumo anche quando non vedevi le ciminiere.
Un distretto di miniere e baracche, nato attorno al carbone come attorno a un dio scuro:
quello che dà lavoro, e in cambio prende tutto.

Non era un luogo che accoglieva.
Era un luogo che consumava.

Una terra scavata.
Mangiata dal carbone.
Vinta dalla polvere.

Villaggi bassi, senza colori.
Case annerite dal fumo, come se la notte non se ne andasse mai davvero.
Strade strette, tutte uguali, che non portavano verso un centro,
ma verso un’unica direzione: la miniera.


Un uomo senza ruolo, ma con un bisogno

Vincent arrivò nel Borinage senza un ruolo definito.
Non più predicatore riconosciuto.
Non ancora altro.

Era un uomo con una fede che non aveva trovato casa.
E con un bisogno ostinato di restare vicino a chi soffriva.

Non era venuto per insegnare.
Non era venuto per guidare.
Era venuto per stare.


Il perimetro della missione (e il passo oltre)

All’inizio, la missione lo accolse con quella prudenza gentile che si riserva agli uomini strani ma utili.
Era la missione protestante che operava tra i minatori del Borinage: un piccolo presidio di fede e disciplina, sostenuto dalla Chiesa riformata, nato per portare conforto, ordine, parole di Vangelo e un po’ di dignità dove la miniera toglieva tutto.

Gli diedero un compito.
Un alloggio.
Un perimetro.

Vincent ascoltò.
Annuì.
E poi fece quello che faceva sempre, quando sentiva che qualcosa era vero:
andò oltre.


La miniera come destino quotidiano

I minatori uscivano all’alba.


E tornavano che il giorno era già finito.

Li vedevi passare in fila, quasi senza parlare.
Il corpo già piegato prima ancora di entrare.
Il volto segnato da una stanchezza antica, che non apparteneva solo a loro, ma alle generazioni.

Gli occhi erano spenti.
Ma non vuoti.

Erano occhi che avevano visto troppo poco cielo.


Stare dentro, non guardare da fuori

Vincent cominciò a seguirli.
Non come un capo.
Non come un salvatore.

Come uno che non vuole restare fuori.

Entrava nelle baracche.
Si sedeva accanto ai malati.
Restava con chi tossiva nel buio, con chi non riusciva più a respirare senza dolore.
Non parlava molto.

Osservava.
Ascoltava.

E quando parlava, non faceva discorsi.
Diceva frasi brevi.
Parole che non cercavano di convincere, ma di tenere insieme.


La fede che si fa corpo

Non portava conforto dall’alto.
Non voleva essere quello che arriva, benedice e torna via.

Voleva condividere.

Dormiva dove dormivano loro.
Mangiava poco.
Vestiva abiti logori.

Non per imitazione.
Non per scena.

Per convinzione.

Credeva che solo così la fede potesse essere vera:
non detta,
ma vissuta.


Un ordine duro: resistere

In quella povertà, Vincent trovò una specie di ordine.
Non quello dei libri.
Non quello delle regole.

Un ordine più duro:
quello della realtà.

Lì nessuno chiedeva spiegazioni.
Nessuno chiedeva teorie.

Si chiedeva solo di resistere.

E Vincent resistette.

Con un fervore che non conosceva misura.
Con un ardore che non sapeva fermarsi.

Come se, finalmente, avesse trovato un luogo dove il suo eccesso non era un difetto,
ma una necessità.


La fede che consuma

Ma il Borinage non era un luogo che premia l’eccesso.
Lo lascia bruciare.

Vincent cominciò a dare via tutto.

I suoi vestiti migliori.
Il suo letto.
Il suo poco denaro.

Ogni cosa che aveva, la consegnava.
Non come gesto eroico.
Come se non potesse fare altrimenti.

E più si svuotava, più si sentiva giusto.

Non capiva ancora che c’è una differenza sottile tra aiutare e sparire.

C’è una linea che separa la dedizione dalla perdita di sé.
E Vincent, quella linea, non la vedeva.


La carità “presentabile” e il fastidio dei superiori

I responsabili della missione osservavano con disagio.

All’inizio pensarono che fosse zelo.
Poi capirono che era qualcosa di più.

Quel giovane non rappresentava ciò che si aspettavano.
Era troppo vicino.
Troppo coinvolto.
Troppo povero.

Non aveva distanza.
Non aveva misura.
Non aveva quella compostezza che rende la carità “presentabile”.

Sembrava uno dei minatori.
E questo, per loro, era un problema.

Perché la missione non era nata per confondersi con la miseria.
Era nata per portare ordine nella miseria.

Vincent, invece, stava facendo il contrario:
stava lasciando che la miseria entrasse dentro di lui.


Non punito: lasciato consumare

Non venne cacciato subito.
Non venne richiamato con fermezza.

Nel Borinage, Vincent non venne punito.
Venne lasciato consumarsi.

Come si fa con qualcuno che non si riesce a fermare,
ma che non si vuole nemmeno difendere davvero.

E mentre cercava di salvare gli altri,
stava imparando qualcosa che non aveva mai voluto vedere:

che vivere al posto degli altri non li libera.
E non salva chi lo fa.


La miseria non si scioglie

La miseria non si risolve con la purezza.
La miseria non si scioglie con l’amore assoluto.

La miseria resta.
E chi prova a portarla tutta addosso
finisce schiacciato.


Il limite del corpo

Vincent cominciò a cambiare senza dichiararlo.

Non diventò cinico.
Non diventò freddo.

Semplicemente, cominciò a sentire il limite del corpo.

La stanchezza entrava nelle ossa.
Il freddo restava nelle mani anche quando c’era un fuoco acceso.
La fame diventava un rumore continuo.

Eppure continuava.

Perché Vincent non sapeva fare le cose a metà.
Non sapeva stare senza essere intero.

Solo che l’interezza, quando non è guidata,
diventa una forma di distruzione.


Quando le parole non bastano più

Fu in quel tempo che le parole cominciarono a non bastare più.

Non perché non credesse più.
Ma perché si accorse che la fede, in certi luoghi,
non ha suono.

La fede lì era un gesto.
Una presenza.
Un bicchiere d’acqua.
Una coperta.
Una mano appoggiata senza fretta.

Le parole, in quel paesaggio, sembravano leggere.
Troppo leggere.

E quando una cosa è troppo leggera,
il vento la porta via.


La matita come preghiera

Vincent, allora, cominciò a prendere un foglio.

Non per scelta.
Non per progetto.

Per necessità.

Prendeva un pezzo di carta quando tornava dalle baracche,
quando aveva visto troppo
e non sapeva dove metterlo.

Una matita.
Linee dure.
Niente grazia.

Disegnava mani spaccate.
Schiene curve.
Corpi piegati dal lavoro.

Non cercava somiglianza.
Cercava verità.

Non voleva fare “bellezza”.
Voleva trattenere.


Trattenere ciò che sparisce

Perché tutto, lì, spariva in fretta:
il giorno,
la luce,
la speranza.

E anche le persone, a volte, sparivano.
Senza rumore.

Vincent non mostrava quei fogli.
Non li chiamava disegni.

Erano appunti.

Come una preghiera detta a bassa voce
quando non ci sono più parole giuste.


Lo sguardo che diventa distanza giusta

Disegnava di notte, quando il silenzio permetteva di rivedere senza essere travolti.
Non copiava la miseria.
La riconosceva.

E in quei segni incerti non c’era denuncia.
Non c’era compassione esibita.

C’era attenzione.

Un gesto povero, come la vita che stava cercando di raccontare.
E proprio per questo gli sembrava giusto.

Le linee si fermavano.
Tornavano indietro.
Si sovrapponevano.

Come se anche la mano stesse imparando a restare.


Non consolazione: salvezza

Disegnare non lo consolava.
Non lo faceva sentire migliore.

Ma lo teneva.

Gli dava una distanza giusta:
abbastanza vicina da non tradire,
abbastanza lontana da non distruggersi.

Per la prima volta, Vincent non stava vivendo al posto degli altri.
Stava guardando.

E lasciando una traccia.


Il Borinage come nascita

Il Borinage non gli aveva dato una missione da compiere.
Gli aveva tolto la certezza di essere utile.
Gli aveva tolto l’idea che bastasse la bontà per cambiare la vita.

Ma gli aveva lasciato una cosa nuova:
la consapevolezza che lo sguardo può diventare un modo di restare umano.

Vincent non sapeva cosa farsene di quei fogli.

Non li conservava con cura.
Non li ordinava.
Li lasciava dove capitava.

Eppure, ogni volta che disegnava, accadeva qualcosa.

Non si perdeva.
Non si confondeva.
Non si consumava del tutto.

Restava.


Cercare una forma

Una sera, tornando dalla miniera, si fermò lungo la strada.
Il cielo era basso.
La luce sembrava sporca.
Il vento portava odore di carbone anche lontano.

Vincent guardò i tetti.
Le finestre piccole.
Le sagome scure.

E capì che quel posto non era solo un luogo di dolore.

Era un luogo di nascita.

Non della gioia.
Ma di qualcosa che poteva reggere.

Non sapeva ancora dove sarebbe andato.
Non sapeva ancora cosa sarebbe diventato.

Ma sentì, con una chiarezza nuova, che non poteva restare lì per sempre.
E non poteva tornare indietro come prima.

Perché dopo il Borinage,
non avrebbe più cercato un posto nel mondo.

Avrebbe cominciato a cercare una forma.

E quella forma, lentamente,
lo avrebbe portato lontano dalla miniera.

Non per dimenticare.
Ma per ricordare meglio.

E forse, per la prima volta,
per salvarsi senza tradire nessuno.


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