📚XI Episodio Valigie di cartone

NATALE 1947

Il giorno di Natale arrivò con la stessa neve.
Non più fitta, non più leggera.
Solo presente.

Come se il mondo avesse deciso di restare in silenzio ancora un po’.

Antonio si svegliò tardi.
Non perché avesse dormito bene, ma perché la stanchezza, quando ti prende per mesi, diventa un’abitudine.

In casa dello zio c’era un calore semplice.
La stufa accesa.
L’odore di caffè.
Un po’ di pane sul tavolo.

Niente regali sotto un albero.
Niente voci di bambini.
Niente confusione.

Solo due uomini.

Eppure, per Antonio, quel Natale non era vuoto.
Era diverso.

Lo zio parlava poco, come sempre.
Ma quel giorno sembrava ancora più attento.
Come se sapesse che certe date fanno rumore dentro, anche quando fuori non succede niente.

Antonio guardò la finestra.
I fiocchi scendevano lenti, e la strada era deserta.

Pensò a casa.

Alla sua terra lontana.
Alla tavola piena anche quando era povera.
Alle mani di sua madre che sistemavano i piatti, al profumo di brodo, al pane caldo, ai visi che si conoscono da sempre.

Pensò che quello era il primo Natale senza tutto questo.

E per un attimo sentì un nodo salire.

Non era tristezza vera.
Era nostalgia.
Che è una tristezza più educata, ma più lunga.

Lo zio lo guardò di lato.

«Ti manca casa.»

Antonio non rispose subito.
Poi fece un cenno, piccolo.

«Sì.»

Lo zio annuì piano.

«È normale.
Ma tu stai facendo quello che devi fare.»

Antonio abbassò gli occhi.

Quella frase gli fece bene e male insieme.
Perché era vera.
E le cose vere, a volte, pesano.

Rimasero così per un po’.
Due tazze di caffè, il silenzio, la neve.

Poi lo zio si alzò e disse:

«Oggi niente pensieri.
Oggi si mangia. E basta.»

Antonio accennò un sorriso.

Non era una festa.
Ma era casa, in un altro modo.

Mentre lo zio si muoveva in cucina, Antonio si sorprese a pensare a Francesca.

Non al regalo.
Non al sorriso.

A lei.

A come aveva preso quella piccola cosa tra le mani, come se fosse importante davvero.
A come lo aveva guardato senza fretta, senza mettergli addosso vergogna.

E Antonio capì che quella Vigilia non gli aveva dato solo una cena.

Gli aveva dato una sensazione nuova:
che forse, anche lontano, si poteva ricominciare.

Nel pomeriggio uscì un momento.
Solo per camminare.

Il paese era immobile.
Ogni tanto passava qualcuno con un cappotto pesante e un passo lento, come se anche i piedi volessero rispettare il giorno.

Antonio arrivò fino alla stazione.

Non aveva un motivo preciso.
O forse sì, ma non lo voleva ammettere.

Guardò i binari coperti di neve, il lampione spento, il silenzio.

Non c’era nessuno.

Eppure rimase un attimo lo stesso.
Come si resta davanti a un posto che ti ha cambiato, anche se non sai dire come.

Poi si voltò e tornò indietro.

Quella sera, però, lo zio non mise la tavola.

Si infilò il cappotto, prese il berretto e disse soltanto:

«Andiamo.»

Antonio lo guardò senza capire.

«Dove?»

«All’osteria» rispose lo zio.
«Ci stanno gli altri.»

E Antonio capì.

Non erano “gli altri” del paese.
Erano gli altri come lui.

Minatori.
Uomini con le mani spaccate e il viso segnato.
Gente che quel Natale non aveva una casa piena, ma solo una stanza e un lavoro.

Gente che, come lui, era lontana dalla famiglia.
O magari non l’aveva più.

Quando entrarono, l’osteria era calda e rumorosa.
Non un rumore allegro, da festa.
Un rumore umano.

Bicchieri che si toccavano piano.
Sedie spostate.
Voci basse, che ogni tanto si alzavano in una risata breve, come per ricordarsi che si poteva ancora ridere.

L’odore era quello del vino, della minestra calda, della carne, del pane.
Odore di inverno e di vita.

Antonio vide facce stanche, ma meno dure del solito.
Perché quel giorno, almeno quel giorno, nessuno voleva sentirsi solo.

Qualcuno salutò lo zio con un cenno.

«Buon Natale» disse uno.

«Buon Natale» rispose lo zio.

Antonio si sedette con loro.

All’inizio parlò poco.
Ascoltò.

C’era chi raccontava del paese lasciato in Italia, chi nominava un figlio che non vedeva da anni, chi parlava del turno del giorno dopo come se fosse l’unica cosa sicura.

E in mezzo a quelle frasi spezzate, Antonio capì una cosa:

quella era una famiglia diversa.

Non fatta di sangue.
Fatta di fatica.

Una famiglia di uomini che non si chiedevano troppo, ma che si tenevano su a vicenda senza farlo pesare.

Bevvero un bicchiere.
Poi un altro.

Non per ubriacarsi.
Per scaldarsi dentro.

Antonio guardò lo zio.
Lo vide parlare con un vecchio compagno di miniera e sorridere appena, con quella serietà che hanno gli uomini quando sono contenti ma non lo dicono.

E Antonio sentì che quel Natale, anche senza la sua casa, non era andato perduto.

Fuori la neve continuava a scendere.
Dentro l’osteria il mondo sembrava più piccolo, più vicino.

E quando, a fine serata, uscirono di nuovo nel freddo, Antonio si accorse che respirava meglio.

Non era felicità.

Ma non era più soltanto miseria.

Era appartenenza.

Era un filo di luce.