Quando le città rinunciano a unirsi, i borghi imparano a scomparire

C’è una conseguenza di cui nessuno parla nel dibattito sulla fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore.
Non riguarda solo la costa.
Non riguarda solo bilanci, confini o poltrone.

Riguarda i borghi di montagna.
E il messaggio che gli stiamo mandando.

Il segnale che arriva dall’alto

Se tre comuni grandi, continui, urbanizzati, con strutture amministrative solide non riescono a unirsi, il messaggio che scende a valle — e poi sale verso l’interno — è chiarissimo:

“Unirsi è troppo complicato. Meglio restare come si è.”

Ed è un messaggio devastante.

Perché se non ce la fanno città con:

  • migliaia di dipendenti,
  • uffici tecnici strutturati,
  • peso politico regionale,

come dovrebbero farcela i piccoli comuni di montagna?

I borghi non lottano per il potere, ma per l’esistenza

Nei borghi dell’entroterra non c’è una guerra per le poltrone.
C’è una lotta per continuare a esistere.

Un comune da 300, 500, 800 abitanti:

  • non ha personale sufficiente,
  • non ha progettazione,
  • non intercetta fondi,
  • non regge più i servizi essenziali.

Qui l’alternativa non è:
“meglio soli o meglio uniti”
ma:
“continuare o spegnersi”.

Il grande equivoco politico

Da anni ai borghi si ripete:

  • “Dovete fare rete”
  • “Dovete aggregarvi”
  • “Dovete essere efficienti”

Poi, quando la politica è chiamata a dare l’esempio, accade questo:

  • fusioni rinviate,
  • resistenze camuffate da prudenza,
  • identità usate come scudi,
  • interessi locali travestiti da tutela dei cittadini.

Il risultato?
La cooperazione diventa uno slogan da convegno, non una pratica di governo.

La verità che fa paura

Nei borghi, perdere il sindaco non è una tragedia.
Perdere il paese sì.

Chi vive in montagna lo sa:

  • un ufficio condiviso vale più di un campanile isolato,
  • un servizio garantito conta più di un gonfalone,
  • una progettazione unica salva più territori di dieci consigli comunali vuoti.

Eppure il messaggio che passa è l’opposto:
meglio restare soli, anche se si muore lentamente.

Non servono fusioni “fotocopia”

Attenzione: i borghi non devono imitare le città.
Non servono fusioni calate dall’alto e senz’anima.

Servono:

  • unioni vere, non finte,
  • uffici tecnici condivisi,
  • progettazione unica,
  • servizi di prossimità garantiti,
  • presidi locali reali.

Unire non significa scomparire.
Significa contare di più insieme.

Il danno culturale più grave

Quando una fusione viene bloccata per interessi di potere:

  • si legittima il campanilismo sterile,
  • si rafforza la paura del cambiamento,
  • si uccide il coraggio amministrativo.

E chi paga il prezzo più alto non sono le città.
Sono i paesi piccoli, fragili, già in bilico.

Una responsabilità che va oltre la costa

La vicenda della “Nuova Pescara” non è solo una questione urbana.
È una questione morale e culturale.

Perché se chi può unirsi non lo fa,
chi dovrebbe farlo per sopravvivere
impara solo a rassegnarsi.

E un Paese che insegna la rassegnazione ai suoi borghi
non sta difendendo le identità.
Sta organizzando il silenzio.


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