

Territori fragili e rassicurazioni che arrivano sempre prima del disastro
In Italia i disastri non arrivano all’improvviso.
Arriva all’improvviso, semmai, la sorpresa.
Oggi si parla di Niscemi.
Di tutto.
Delle frane, delle responsabilità, delle omissioni, delle carte che c’erano.
Delle relazioni tecniche rimaste nei cassetti.
Delle frasi pronunciate troppe volte con tono rassicurante.
La frana di Niscemi non è una fatalità.
Non è un evento imprevedibile.
È una storia lunga, documentata, stratificata nel tempo.
Il territorio era noto come instabile già dal Settecento.
Nel Novecento i segnali si sono moltiplicati: studi, avvisi, relazioni.
Nel 1997 una frana importante aveva già detto tutto quello che c’era da dire.
Eppure si è continuato ad abitare, costruire, rassicurare.
Perché in Italia il problema non è non sapere.
È sapere e decidere di andare avanti lo stesso.
La frase che precede ogni disastro
C’è una frase che in questo Paese arriva sempre prima dei disastri:
«È tutto studiato. Non può succedere niente.»
È una frase tecnica.
Educata.
Ragionevole.
Serve a tranquillizzare.
Serve a giustificare.
Serve soprattutto a spostare il problema più avanti nel tempo.
Peccato che la realtà non legga le relazioni.
La terra non rispetti le autorizzazioni.
E prima o poi presenti il conto.
Il metodo Niscemi
Niscemi non è un’eccezione.
È un metodo.
Un modo di gestire il territorio che si ripete sempre uguale:
- il rischio è noto
- viene studiato
- viene “mitigato” sulla carta
- si decide che si può fare lo stesso
Fino a quando il territorio smette di reggere.
A quel punto arriva l’indignazione.
Ma sempre dopo.
E poi c’è il “domani”
È qui che Niscemi smette di essere solo una notizia siciliana.
Perché il linguaggio che abbiamo sentito prima della frana è lo stesso che sentiamo oggi altrove.
Lo stesso tono rassicurante.
Le stesse parole misurate.
La stessa fiducia assoluta negli studi.
Accade quando si parla di interventi delicati, di opere, di attività industriali in territori fragili.
Accade anche quando si discute di estrazione di gas in aree che fragili lo sono da sempre.
Luoghi come il Lago di Bomba, nel territorio del comune di Bomba.
Qui il nome non è una provocazione.
È un paese reale, inserito in un contesto ambientale complesso, segnato da equilibri delicati e da una storia territoriale che invita alla prudenza.
Eppure anche qui tornano le stesse formule:
- studi approfonditi
- rischi controllati
- impatti limitati
Come se la fragilità di un territorio potesse essere neutralizzata da una perizia ben scritta.
L’indignazione arriva sempre dopo
Quando qualcosa va storto, lo schema è già pronto.
Responsabilità che rimbalzano.
Promesse tardive.
Commissioni che nascono a cose fatte.
La chiarezza, però, spesso era già scritta.
Solo che non conveniva leggerla prima.
Il tempo, l’oblio e le frasi che tornano sempre
Oggi si parla di Niscemi.
Domani se ne parlerà meno.
Poi quasi più per niente.
Con il tempo, le parole perderanno urgenza.
I nomi usciranno dai titoli.
Resteranno solo i danni e le attese.
E forse noi non saremo nemmeno più qui a raccontarlo.
Ma un giorno — tra molti anni — qualcuno riaprirà un fascicolo.
Un rapporto tecnico.
Un articolo dimenticato.
E dirà, con il tono neutro di chi arriva sempre dopo:
«All’epoca, alcune persone avevano segnalato che l’area di estrazione era a rischio di smottamento del territorio.»
Lo diranno senza indignazione.
Senza domande.
Come si annotano le cose inevitabili.
Magari parlando di un altro luogo.
Magari del lago di Bomba.
E la frase conclusiva sarà sempre la stessa:
«Non si poteva immaginare.»
La verità, invece, resterà immutabile:
si immaginava benissimo.
Si sapeva.
Si è scelto di andare avanti lo stesso.
Ed è per questo che scrivere oggi non serve a fare rumore.
Serve a lasciare traccia.
Perché quando domani diranno «non lo sapevamo»,
qualcuno possa rispondere, anche solo leggendo:
no, lo sapevate.
Il Sognatore Lento
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