
L’invito per il cenone
Dopo Natale, il paese tornò subito quello di prima.
Le luci restarono ancora appese alle finestre, per qualche giorno.
Ma sembravano già più deboli.
Come se anche loro avessero capito che la festa era finita.
La neve continuava a cadere piano.
Senza rumore.
Senza fretta.
E la miniera non aspettava nessuno.
Antonio riprese i turni come se non ci fosse stato nessun giorno diverso.
Come se la Vigilia da Vito fosse stata soltanto una parentesi.
Un pezzo di calore infilato dentro l’inverno.
La mattina scendeva che era buio.
La sera risaliva che il buio era già tornato.
Stesso tunnel.
Stessa umidità che entrava nelle ossa.
Stesso rumore sordo che ti restava addosso anche quando uscivi.
Solo che adesso, Antonio lo sentiva più pesante.
Non perché il lavoro fosse cambiato.
Ma perché, per un attimo, aveva ricordato cosa voleva dire stare bene.
E quando assaggi un po’ di calore, il freddo si sente doppio.
Le sere passarono una dopo l’altra, tutte uguali.
Antonio arrivava alla stazione, scendeva i gradini, attraversava il piazzale.
E non la vedeva.
Non c’era Francesca.
Non c’era quella figura ferma sotto il lampione.
Non c’era quello sguardo che lo aspettava senza chiedere nulla.
Antonio non lo disse allo zio.
Non fece domande.
Non cercò spiegazioni.
Ma ogni sera, senza accorgersene, rallentava un poco.
Come se sperasse di sbagliarsi.
Poi riprendeva a camminare.
E basta.
Lo zio lo osservava di lato, ma non commentava.
Aveva capito da tempo che certe cose non vanno toccate con le parole.
Si rompono.
Arrivò così la sera prima del veglione.
Il paese sembrava diverso.
Non più allegro, non più vivo.
Solo… in attesa.
Nelle case si sentiva odore di cucina.
Si vedevano persone andare e venire con borse, bottiglie, pacchi di pane.
L’aria aveva un freddo più secco, e la neve, sotto i passi, scricchiolava come vetro.
Antonio tornò dal lavoro che era già buio.
Aveva addosso la miniera, come sempre:
il viso stanco, le mani segnate, il corpo che chiedeva soltanto silenzio.
Eppure, quando arrivò alla stazione, sentì qualcosa cambiare.
Perché la vide.
Francesca era lì.
Sotto il lampione.
Non sembrava agitata.
Non sembrava neanche felice.
Sembrava decisa.
Antonio si fermò un attimo, come se avesse paura che fosse solo un’illusione.
Poi si avvicinò.
«Buona sera» disse piano.
«Buona sera, Antonio.»
Quella sera non erano soli.
Lo zio era con lui.
Camminava qualche passo dietro, con il cappotto chiuso bene e il berretto calato sulla fronte.
Non diceva nulla, ma osservava tutto.
Francesca fece un mezzo sorriso, poi guardò entrambi, come se dovesse trovare il coraggio.
«Senti…» cominciò.
Antonio la guardò.
E anche lo zio si fermò, senza fare domande.
Francesca strinse la borsa con una mano, poi disse:
«Mamma mi ha detto di chiedervi una cosa.
Se tu… e tuo zio… volete venire da noi domani sera.
Per il cenone.»
Antonio restò in silenzio.
Sentì la sorpresa salire, e subito dopo una specie di sollievo.
Di quelli che ti prendono alla gola.
Lo zio fece un passo avanti.
Non era un uomo di molte parole.
Ma in quel momento la voce gli uscì pulita, chiara.
«Grazie, figliola» disse.
«Davvero. Grazie.»
Francesca annuì, come se avesse temuto un rifiuto e invece si fosse tolta un peso dal petto.
Antonio riuscì soltanto a dire:
«Sì… grazie.»
Francesca abbassò gli occhi, poi disse piano:
«Allora… ci vediamo domani.»
Lo zio fece un cenno.
«Ci vediamo domani.»
Antonio si girò verso Francesca.
«Ti accompagno» disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Francesca non rispose subito.
Poi annuì.
E si incamminarono.
Lo zio li seguì a distanza, senza mettersi in mezzo.
Camminava piano, lasciando loro lo spazio giusto.
La neve scendeva leggera.
Le strade erano quasi vuote.
Ogni tanto una finestra illuminata faceva uscire un pezzo di vita.
Antonio e Francesca parlarono poco.
Non perché non avessero cose da dire.
Ma perché quella sera bastava esserci.
Arrivati davanti al portone, Francesca si fermò.
Guardò Antonio.
«A domani» disse piano.
Antonio annuì.
«A domani.»
Francesca entrò.
La porta si chiuse senza rumore.
Antonio restò fuori ancora un secondo, con la neve che gli si posava sulle spalle.
Poi si voltò e riprese la strada.
Camminava piano, senza fretta.
Come se non volesse rovinare quel momento con il rumore dei passi.
Quando arrivò a casa, lo zio era già lì.
Seduto vicino alla stufa, come sempre.
Antonio si tolse il cappotto senza parlare.
Lo zio alzò appena lo sguardo.
«Sei tornato tardi» disse.
Antonio annuì.
Cenarono senza parlare troppo.
Un piatto caldo, semplice.
Quello che bastava.
Lo zio mangiava piano.
Antonio pure.
Fu una cena corta, senza festa.
Ma non era una sera qualunque.
Quando finirono, lo zio si alzò per primo.
«Andiamo a letto» disse.
«La sveglia suona presto.»
Antonio annuì.
Si spogliò in silenzio, sentendo ancora addosso il freddo della strada e quel pensiero nuovo che non voleva andarsene.
Si infilò sotto le coperte e spense la luce.
Fuori la neve continuava a cadere.
E il giorno dopo sarebbe stato ancora lavoro.
Ma non come gli altri.
Perché quel giorno avrebbero fatto qualche ora in meno, giusto il necessario.
Per non lasciare scoperto il turno, ma anche per permettere agli uomini di prepararsi al veglione.
Antonio chiuse gli occhi.
Non era felicità.
Ma era una cosa che somigliava, finalmente, a una promessa.

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