Dal Vajont al Lago di Bomba, fino a Niscemi

La natura è diversa dall’uomo.
L’uomo, quando si sente attaccato o contraddetto, reagisce subito: alza la voce, risponde, colpisce.
La natura no.
La natura non consuma la sua vendetta a caldo.
Sa aspettare.
A volte anni, a volte decenni.
Ma quando arriva, non chiede più permesso.
È con questa differenza fondamentale che bisognerebbe guardare alla possibile estrazione di gas dal Lago di Bomba, in provincia di Chieti. Non come a una questione tecnica da archiviare con qualche perizia, ma come a una scelta che si inserisce in una storia lunga di errori umani compiuti contro territori fragili.
Il Vajont: quando la natura aveva già avvertito
Nel 1963, al Vajont, non fu la diga a crollare.
Fu la montagna.
Gli studi c’erano.
Le frane precedenti anche.
I segnali non mancavano.
Eppure si scelse di andare avanti, convinti che l’ingegneria potesse governare tutto, che il rischio fosse “calcolato”, che la natura si sarebbe adattata.
La risposta non arrivò subito.
Arrivò di notte, quando nessuno poteva più discutere, con una forza che cancellò interi paesi in pochi minuti.
Il Vajont ci ha insegnato una lezione semplice e terribile:
la natura non fa sconti a chi la considera un problema secondario.
Il Lago di Bomba: una fragilità già nota
Il Lago di Bomba non è un lago naturale.
È un bacino artificiale, nato in un territorio già segnato da frane, instabilità geologica, equilibri delicati.
Qui non si parla di allarmismo.
Si parla di memoria.
La diga, il lago, le sponde, le pressioni sotterranee: tutto è frutto di un equilibrio costruito, non spontaneo. Intervenire ancora, scavare, estrarre, modificare pressioni profonde significa aggiungere una nuova variabile a un sistema che non è neutro.
Il rischio non è l’incidente immediato.
Il rischio è l’effetto differito: subsidenze lente, micro-sismicità indotta, alterazioni delle falde, stress geologico accumulato nel tempo.
È proprio qui che la natura diventa più pericolosa:
quando tace.
Niscemi: quando il danno non è solo ambientale
E poi c’è Niscemi.
A Niscemi non è crollato nulla.
Non c’è stata una frana spettacolare, né un’esplosione.
Ma c’è stato qualcosa di altrettanto grave: la normalizzazione del rischio, l’idea che un territorio potesse essere sacrificato perché “strategico”, che la salute, il paesaggio e la fiducia dei cittadini fossero variabili negoziabili.
La natura, anche lì, non ha reagito subito.
Ma ha iniziato a presentare il conto sotto forma di conflitto sociale, sfiducia, spaccature irreversibili tra istituzioni e comunità.
Ed è forse questa la sua vendetta più sottile:
rompere il patto tra uomo e territorio.
Una lezione che ritorna sempre
Dal Vajont a Bomba, passando per Niscemi, il filo è lo stesso:
la convinzione che l’uomo possa spingersi sempre un po’ oltre,
che la tecnica possa compensare ogni fragilità,
che il tempo non conti.
Ma il tempo, per la natura, è l’arma principale.
Non serve essere contro lo sviluppo.
Serve essere contro la cecità.
Perché quando la natura presenta il conto, non guarda i bilanci, non ascolta le conferenze stampa, non distingue tra colpevoli e innocenti.
Aspetta.
E poi arriva.

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