📚XIII Episodio Valigie di cartone

La notte di San Silvestro

Il lavoro, quell’ultimo giorno dell’anno, finì prima.

Non succedeva quasi mai.
La miniera non guardava il calendario, non festeggiava santi né capodanni.
Ma il 31 dicembre, da sempre, i turni si accorciavano.

Qualche ora in meno.
Giusto il necessario.

Come se anche il buio, per una volta, concedesse tregua.

Antonio uscì dal tunnel che non era ancora pomeriggio inoltrato.
La luce gli fece strizzare gli occhi.

Era strano rivedere il cielo così presto.
Sembrava quasi di aver rubato tempo.

Lo zio gli camminava accanto, lento come sempre, con il cappotto sporco di polvere fine e il berretto calato sulla fronte.

Per un po’ non parlarono.

Solo il rumore della ghiaia sotto gli scarponi.

Poi, arrivati vicino alla piazzetta, lo zio si fermò.

«Antonio.»

Lui si voltò.

«Prima di tornare a casa… passiamo dal negozio.»

Antonio lo guardò, sorpreso.
«Serve qualcosa per stasera?»

Lo zio scosse la testa.

«No. Stasera pensano tutto loro. Non si va a mani vuote, però.
Compriamo qualcosa… per domani. Per Capodanno.» E ci autoinvitiamo.

Non lo disse come un ordine.
Lo disse come una cosa naturale.
Come si fa tra uomini che si rispettano.

Antonio annuì subito.
«Va bene.»

E insieme entrarono nella bottega.

Dentro c’era odore di farina, formaggio e legno vecchio.
La stufa tossiva piano in un angolo.
Il negoziante stava sistemando le cassette di arance come se fossero oro.

Per loro, in fondo, lo erano.

Antonio guardava gli scaffali con una specie di stupore.

Non compravano quasi mai “per piacere”.
Solo per necessità.

Pane.
Patate.
Fagioli.

Quello che bastava.

Ma quel giorno no.

Quel giorno misero sul banco cose diverse.

Un pezzo di salame buono.
Un po’ di formaggio stagionato.
Una pagnotta bianca, non quella scura di tutti i giorni. Poi carne verdura
Qualche dolce semplice, biscotti secchi.
Perfino due arance.

Le arance.

Antonio le prese in mano con cura, come se potessero rompersi.

Sembravano sole.

«Metta anche queste» disse piano. quindi una grande spesa

Lo zio lo guardava di lato, senza parlare.

Non sorrideva mai apertamente.
Ma negli occhi gli passava qualcosa.

Quando arrivò il momento di pagare, Antonio infilò la mano in tasca.

Tirò fuori i soldi,

li posò sul banco.

«Offro io.»

Lo zio fece per protestare.
«Antonio, non serve—» «Mi fa piacere»

Non era orgoglio.
Non era sfida.

Era gratitudine.

Per la casa.
Per la stufa accesa ogni sera.
Per quel silenzio buono che lo zio gli aveva sempre lasciato.

«Stavolta pago io.»

Lo zio lo guardò un secondo in più.
Poi annuì.

«Va bene.»

Ma mentre il negoziante incartava la roba, lo zio si avvicinò di nuovo al bancone.

«Aggiunga una bottiglia di spumante.»

Antonio si girò.

«Per domani?»

Lo zio scosse la testa.

«No. Questa è per stasera.
Per Vito.»

La disse piano, quasi con rispetto.

Come si fa con i gesti che contano.

Antonio sorrise.
Un sorriso corto, ma vero.

Uscirono con i pacchi sotto il braccio.

La neve cadeva ancora leggera, senza fretta.

Il paese sembrava più calmo del solito.
Come se tutti si stessero preparando a qualcosa che non sapevano bene nominare.

A casa si lavarono in silenzio.

Via la polvere della miniera.
Via l’odore di ferro.

Camicia pulita.
Giacca buona, quella delle feste.

Lo zio si pettinò con le dita davanti allo specchio scheggiato.

Antonio lo guardò e pensò che non l’aveva mai visto così attento.

Non elegante.

Solo… ordinato.

Come chi vuole presentarsi con dignità.

Alle sette precise uscirono.

Il cielo era già nero.
Dalle case usciva luce gialla e odore di sugo.

Qualche risata, qualche porta che sbatteva.

Il freddo pizzicava il naso.

Camminavano vicini, ma senza fretta.

Antonio sentiva dentro una cosa strana.

Non agitazione.
Non felicità.

Qualcosa di più semplice.

Attesa.

Arrivarono davanti alla casa di Vito.
La finestra era illuminata.
Dentro si muovevano ombre, voci, vita.

Lo zio bussò piano.

Non come chi bussa a una porta qualsiasi.
Ma come si bussa quando si entra in casa d’altri:
con rispetto.

Dopo un attimo, la porta si aprì.

Francesca.

Con un grembiule chiaro legato in vita e i capelli raccolti in fretta, come chi ha passato il pomeriggio tra pentole e fornelli.

Quando vide Antonio, abbassò gli occhi un secondo.

Poi sorrise.

Un sorriso piccolo.
Ma vero.

«Siete arrivati.»

«Buona sera» disse lo zio, togliendosi il berretto.

Antonio fece un passo avanti.

Aveva ancora i pacchi stretti sotto il braccio, come se temesse di farli cadere.

Dentro la casa arrivava un odore caldo: sugo, brodo, pane tostato.
Un odore che faceva dimenticare il freddo.

Dalla cucina spuntò la moglie di Vito, con le mani infarinate e le guance arrossate dal vapore.

«Entrate, entrate… fuori si gela.»

Antonio le porse i pacchi.

Un po’ impacciato.

«Ecco… noi…»
si fermò, cercando le parole giuste.
«Abbiamo fatto un po’ di spesa… per domani… per Capodanno.»

Abbassò lo sguardo.

Poi aggiunse, quasi scusandosi:

«Così… ci autoinvitiamo.»

Gli uscì con un mezzo sorriso storto, pieno di vergogna buona.
Quella di chi non vuole pesare su nessuno.

La donna lo guardò un secondo, sorpresa.

Poi scoppiò in una risata calda, di quelle che scaldano la stanza più della stufa.

«Ma che autoinvitate e autoinvitate…»

Prese i pacchi dalle sue mani.

«Vito sarà contento. Qui c’è sempre posto.»

Lo disse come fosse la cosa più naturale del mondo.

Come se quella casa fosse fatta apposta per allargarsi.

Antonio sentì qualcosa sciogliersi dentro il petto.

Lo zio annuì piano.
«Grazie.»

In cucina il tavolo era già mezzo apparecchiato.

Pane tagliato grosso.
Una pentola che borbottava.
Bottiglie allineate come soldati stanchi.

Non c’era eleganza.
Non c’era abbondanza.

Ma c’era cura.

Ed era molto di più.

Antonio si tolse il cappotto.

Per la prima volta, dopo mesi, non si sentì ospite.

Si sentì… atteso.

Come se qualcuno, quel posto a tavola, l’avesse preparato proprio per lui.

Fuori la neve continuava a cadere piano.

Ma lì dentro
l’inverno
non entrava.

Dalla stanza accanto arrivò un rumore secco.

Ferro contro legno.

Poi passi pesanti.

Lenti.

Scarponi che conoscevano bene la terra, la polvere, il fango.

Non serviva guardare.

Si capiva subito chi era.

Vito.

Comparve dalla porta della cucina asciugandosi le mani su uno strofinaccio.

Mani larghe.
Nocche spaccate.
Unghie nere di lavoro, anche se si era lavato.

La faccia segnata come una parete di roccia.

Quando vide lo zio, fece un mezzo sorriso storto.

Di quelli che non si regalano facilmente.

«Oh.»

Una voce bassa, ruvida, come ghiaia.

«Siete arrivati davvero.»

Si avvicinò e strinse la mano allo zio.

Non una stretta elegante.

Una di quelle che ti schiacciano le ossa.

Da uomo a uomo.

«Buona sera, Vito» disse lo zio.

Poi Vito guardò Antonio.

Lo studiò un attimo, senza parlare.

Come fanno quelli abituati a capire le persone dal modo in cui stanno in piedi.

Poi gli diede una pacca forte sulla spalla.

«Allora sei tu quello che cammina sempre con mia figlia fino al portone.»

Non era una domanda.

Antonio arrossì appena.
«Sì… signor Vito.»

Vito sbuffò dal naso.

«Signor Vito.. lo dici al parroco.
Chiamami Vito e basta.»

Poi gli tese la mano.

Antonio la prese.

Era calda.
Pesante.
Sicura.

Una mano che aveva spinto carrelli, sollevato travi, scavato anni interi sotto terra.

Una mano che non mollava.

«Benvenuto» disse.

Una parola sola.

Ma detta come si deve.

La moglie dalla cucina gridò:
«Hanno portato roba per domani!»

Vito si girò.
«Eh?»

Lei mostrò i pacchi sul tavolo.

«Dicono che si sono autoinvitati.»

Vito li guardò.

Poi scoppiò a ridere.

Una risata corta, roca, sincera.

«Autoinvitati?
Qui chi entra porta fame, non scuse.»

Si avvicinò alla bottiglia di spumante che lo zio aveva appoggiato.

La sollevò contro la luce.

«Addirittura lo spumante…»

Fece un cenno di approvazione.

«Allora stanotte facciamo sul serio.»

Poi batté le mani, come per chiudere il discorso.

«Basta stare in piedi. Sedetevi.
Che il freddo resta fuori e la minestra si raffredda.»

Antonio guardò lo zio.

Lo zio guardò lui.

E senza dirsi niente, capirono la stessa cosa:

non erano più ospiti.

Erano dentro.

Dentro quella cucina.
Dentro quella famiglia.
Dentro qualcosa che somigliava terribilmente a casa.

Fuori, lontano, qualcuno provò già un petardo.

Un colpo secco nel buio.

Ma lì dentro nessuno si mosse.

Il loro capodanno
era già cominciato.