
Imparare ad ascoltare
Viaggio poetico nel mondo del vino
di Il Sognatore Lento
Assaggiare non è giudicare
Assaggiare non è mettere il vino sotto esame.
Non è un verdetto.
Non è una sentenza pronunciata in fretta.
Assaggiare non significa dare un voto,
perché il vino non chiede di essere promosso o bocciato.
Non nasce per piacere a tutti.
Nasce per essere ciò che è.
Non significa capire tutto,
perché il vino non è un problema da risolvere.
È una presenza.
E come tutte le presenze vere,
si lascia avvicinare solo a chi non ha fretta di possederla.
Non significa spiegare,
perché spiegare troppo presto
è spesso un modo elegante per difendersi.
Mettere parole serve a volte a non sentire davvero.
Assaggiare è fermarsi.
Fermare il gesto automatico.
Fermare il bisogno di dire qualcosa.
Fermare l’ansia di dimostrare competenza.
È un atto controcorrente
in un mondo che chiede sempre una risposta immediata.
Assaggiare è accettare che il vino
abbia qualcosa da dire
prima che noi troviamo le parole.
Che il vino parli con un ritmo suo,
che non coincide con il nostro.
Che non alzi la voce.
Che non si spieghi.
Il vino non entra in scena:
c’è già.
Il primo errore dell’assaggio
è voler arrivare subito alla conclusione.
È bere cercando conferme,
non ascolto.
È cercare ciò che conosciamo già,
non ciò che potrebbe sorprenderci.
È voler chiudere il cerchio
prima ancora di averlo tracciato.
Ma il vino non è una linea retta.
È un percorso fatto di ritorni, pause, deviazioni.
E spesso la verità non sta alla fine,
ma in quello spazio sospeso
in cui non sappiamo ancora cosa pensare.
Assaggiare davvero
è restare lì,
inermi per un momento,
senza giudizio e senza difese.
Ed è proprio in quel tempo fragile
che il vino, se vuole,
comincia a raccontarsi.
Guardare: il tempo prima del vino
Prima ancora di bere,
il vino chiede uno sguardo.
Non per cercare promesse,
ma per cogliere indizi.
La luce attraversa il calice
e racconta una storia silenziosa:
densità, movimento, vita.
Il vino si presenta sempre
prima di parlare.
Annusare: il luogo che ritorna
L’olfatto non misura.
Ricorda.
Un profumo non è mai solo un aroma.
È un rimando.
Terra bagnata.
Erba schiacciata.
Frutto maturo o acerbo.
Legno che respira.
Ogni naso
porta con sé una memoria diversa.
E nessuna è sbagliata.
Il vino non chiede di essere riconosciuto.
Chiede di essere ascoltato.
Bere: il tempo della verità
In bocca il vino non recita.
È costretto a essere ciò che è.
Qui non valgono le suggestioni.
Conta l’equilibrio.
Conta la coerenza.
Acidità, struttura, sapidità,
ritmo.
Il vino cammina,
si ferma,
riparte.
E quando se ne va
lascia una traccia
o non la lascia.
“La tecnica arriva quando il corpo ha già capito”
Dopo lo sguardo.
Dopo l’odore.
Dopo il primo sorso.
Solo allora arriva la tecnica.
Non prima.
Perché la tecnica non deve guidare l’assaggio.
Deve trattenerlo dal mentire.
Si parte sempre da tre domande semplici.
È pulito?
È equilibrato?
È coerente?
Pulito significa senza disturbi.
Senza odori spenti, muffe, stanchezza.
Equilibrato significa che nessuna parte grida più delle altre.
L’acidità non taglia.
L’alcol non brucia.
I tannini non aggrediscono.
Coerente significa che ciò che hai annusato
lo ritrovi in bocca.
Se il naso promette e la bocca tradisce,
il vino sta raccontando due storie diverse.
E un vino diviso
non emoziona mai.
Poi vengono le parole tecniche.
Struttura.
Corpo.
Persistenza aromatica.
Sapidità.
Succulenza.
Ma sono solo strumenti.
Il vino non nasce per essere descritto.
Nasce per essere vissuto.
Quello che ho imparato in sala
Ho capito davvero cosa significa assaggiare
non in cantina.
Non ai corsi.
Ma in sala.
Quando lavoravo tra tavoli pieni
e persone che volevano solo stare bene.
Ricordo ancora un signore anziano.
Giacca scura.
Mani grandi, da contadino.
Mi chiese un vino importante.
Glielo portai.
Lo descrissi come avevo imparato: vitigno, zona, legno, affinamento.
Lui mi fermò con un sorriso.
«Ragazzo… dimmi solo se è buono.»
In quel momento capii una cosa semplice.
Il vino non è un esame da superare.
È compagnia.
Glielo versai.
Assaggiò.
Chiuse gli occhi.
Poi disse:
«Sa di casa.»
Non disse frutta rossa.
Non disse speziato.
Non disse tannino.
Disse casa.
Ed era la descrizione più giusta di tutte.
Da allora ho smesso di voler spiegare tutto.
Ho iniziato ad ascoltare di più.
“Gli errori che facciamo tutti” + “Educare il palato”
Perché?
Perché qui stai ancora parlando di apprendimento.
Funziona così:
- tecnica
- esperienza
- errori
- crescita
- silenzio
È una discesa naturale verso la parte più meditativa.
Se li metti dopo il silenzio, spezzi la poesia.
Il silenzio come strumento
Un grande assaggio
ha bisogno di silenzio.
Non quello imposto,
ma quello scelto.
Il vino cambia nel calice.
E cambia in noi.
Parlare troppo presto
è come interrompere
una frase a metà.
Assaggiare è accettare di non capire subito
Ci sono vini
che non si aprono al primo incontro.
Chiedono tempo.
Chiedono distanza.
Chiedono ritorno.
Non tutto deve piacere subito.
Non tutto deve convincere.
Alcuni vini
si comprendono solo
dopo averli lasciati andare.
Assaggiare insieme
Il vino non è solitudine.
Non è un gesto chiuso,
non è un esame fatto in silenzio
con la fronte corrugata
e il bicchiere stretto come un segreto.
Il vino, da solo, si ascolta.
Ma insieme, si capisce meglio.
Cambiare tavolo,
spostare la sedia,
versare un altro calice accanto al tuo.
Condividere impressioni,
ascoltare altri sguardi,
altre parole,
altre memorie.
Perché ognuno sente qualcosa di diverso.
C’è chi trova ciliegia.
Chi ricorda la cantina del nonno.
Chi sente solo “casa”.
E chi, senza saper spiegare, sorride.
E hanno ragione tutti.
Il vino non chiede traduzioni perfette.
Accetta le imperfezioni del linguaggio.
Vive di sfumature, come le persone.
Seduti allo stesso tavolo
non stiamo cercando una sentenza.
Stiamo costruendo un racconto.
Un dettaglio alla volta.
Un sorso alla volta.
Una voce alla volta.
Qualcuno nota l’acidità.
Qualcuno la morbidezza.
Qualcuno parla di equilibrio
senza nemmeno usare quella parola.
E intanto il vino cambia nel bicchiere,
si apre, respira, si muove.
Come noi.
Non per arrivare a una verità unica,
non per decidere chi “ha capito davvero”.
Ma per allargarla.
Perché la verità del vino
non è una linea retta.
È un cerchio.
E più persone ci stanno dentro,
più quel cerchio diventa grande.
Il vino non si difende.
Non si impone.
Non alza la voce.
Si confronta.
Si lascia discutere.
Si lascia interpretare.
Si lascia persino sbagliare.
Perché, in fondo,
assaggiare insieme
non è dimostrare competenza.
È fidarsi.
È dire:
«Io sento questo… tu cosa senti?»
E in quella domanda semplice
c’è tutta la bellezza del vino condiviso.
Perché certi calici, da soli, sono buoni.
Ma insieme
diventano memoria.
Il pericolo del linguaggio
Le parole aiutano,
ma possono tradire.
Quando il vocabolario
diventa più importante del vino,
l’assaggio si perde.
Il vino non è una lista.
È una sensazione che cerca parole.
✨ Conclusione
Assaggiare come atto di rispetto
Assaggiare è un gesto di rispetto.
Verso il vino.
Verso il tempo che lo ha formato.
Verso chi lo ha custodito.
Non serve sapere tutto.
Serve essere presenti.
E forse è per questo
che i vini migliori
non sono quelli che capiamo di più,
ma quelli che
ricordiamo meglio.
Il racconto continua.
Un sorso alla volta.

Lascia un commento