Cap. 1 – Il sindaco è diventato un mestiere

Un mestiere per cui non servono requisiti

C’è una cosa che in Italia mi ha sempre fatto sorridere.
Poi col tempo ha smesso di farmi ridere.

Per fare il medico servono dieci anni di studio.
Per fare l’ingegnere servono esami di Stato.
Per fare l’avvocato serve pratica, tirocinio, abilitazione.
Perfino per fare il collaboratore scolastico serve un diploma.

Per fare il sindaco?

Basta avere 18 anni.
E la fedina penale pulita.

Fine.

Nessuna laurea.
Nessuna esperienza.
Nessun corso.
Nessuna formazione obbligatoria.

Eppure stiamo parlando della persona che:

– firma bilanci pubblici
– decide urbanistica e appalti
– gestisce fondi europei
– assume personale
– affronta emergenze
– prende decisioni che cambiano la vita di migliaia di persone

In pratica: amministra un’azienda grande quanto un paese.
Ma senza che nessuno gli abbia mai insegnato come si fa.

Se fosse un’impresa privata, fallirebbe in tre mesi.


Una volta era servizio. Adesso è carriera.

Qui sta il punto vero.

Il sindaco non nasceva come professione.
Era un cittadino che, per qualche anno, si metteva a disposizione.

Un sacrificio.
Non uno stipendio.

Oggi invece è cambiato tutto.

C’è chi:
– fa il sindaco per vent’anni
– poi diventa consigliere regionale
– poi parlamentare
– poi consulente
– poi presidente di qualche partecipata

Una carriera.
Non un servizio.

Il problema non è essere pagati.
È quando la poltrona diventa l’obiettivo.

Perché se il tuo lavoro dipende dal restare lì,
non governi per decidere.

Governi per sopravvivere.

E allora nascono:
– promesse facili
– opere inutili ma visibili
– tagli invisibili
– colpe sempre “di quelli di prima”

La politica diventa marketing.
L’amministrazione diventa improvvisazione.


Il paradosso italiano

La democrazia dice:
“Chiunque può candidarsi”.

Giusto.

Ma “chiunque” non dovrebbe voler dire
“anche chi non sa leggere un bilancio”.

Se per servire da mangiare devi fare l’HACCP,
per gestire milioni di euro pubblici almeno un corso base di contabilità dovrebbe essere obbligatorio.

Non per escludere.
Per responsabilizzare.

Perché l’ignoranza amministrativa non è un diritto.
È un rischio collettivo.

E lo pagano sempre gli stessi:
i cittadini.


Forse non serve una laurea.

Ma serve rispetto.

Non sto dicendo che serva un titolo accademico.

Ci sono laureati incapaci e persone semplici lucidissime.

Ma servirebbe almeno:
– formazione obbligatoria
– un corso serio di amministrazione pubblica
– competenze minime certificate
– aggiornamenti continui

Come in qualsiasi mestiere normale.

Perché sì, ormai diciamolo chiaramente:

il sindaco è diventato un mestiere.

Solo che è l’unico mestiere
per cui non devi imparare il mestiere.


E allora ogni tanto mi chiedo:

se per aggiustare un rubinetto chiamo un idraulico,
perché per aggiustare un Comune dovrei affidarmi al primo che passa con un manifesto elettorale?

Forse la politica dovrebbe tornare ad essere quello che era all’inizio:

meno carriera.
più competenza.
meno slogan.
più responsabilità.

Meno professionisti della poltrona.
Più persone preparate a servire.

Che poi, alla fine, è l’unica cosa che un sindaco dovrebbe fare.

Servire. Non restare.