📚 XV Episodio Valigie di cartone

1 gennaio 1948

Rientrarono che erano passate le due.
La porta di Vito si chiuse piano alle loro spalle, trattenendo dentro il caldo, le risate e l’odore di sugo.
Fuori restò solo la neve.
E il silenzio.
Antonio e lo zio si incamminarono senza parlare.
Gli scarponi schiacciavano il ghiaccio facendo scricchiolare la strada vuota.
Il fiato usciva bianco davanti alla bocca.
A quell’ora il paese sembrava sospeso, come se anche le case dormissero.
Arrivati all’angolo della piazzetta, Antonio si voltò un momento.
La finestra della cucina di Vito era ancora accesa.
Una luce gialla, ferma, che tagliava il buio.
Dietro il vetro passò un’ombra lenta, forse qualcuno che riordinava.
Gli bastò per sentirsi meno solo.
Riprese a camminare senza dire niente.
Non aveva freddo, anche se l’aria pungeva il viso.
Si portava addosso ancora il calore di quella cucina, le voci basse, il rumore dei piatti.
Come se un pezzo di quella casa gli fosse rimasto nelle tasche.
A casa entrarono piano, per non fare rumore.
La stanza li accolse con il solito freddo fermo, quello che resta attaccato ai muri d’inverno.
Lo zio appese il cappotto dietro la porta.
Antonio lasciò gli scarponi vicino al letto e si sedette un momento.
Spense la luce.
La stanza tornò buia e quieta, con solo il rumore lontano del vento contro i vetri.
Antonio si infilò sotto le coperte.
La stanchezza gli chiuse gli occhi prima ancora di finire un pensiero.
Quando riaprì gli occhi, la luce era già chiara sul muro.
Per un attimo non capì che ora fosse.
Di solito a quell’ora era già in cammino verso la galleria.
Restò fermo sotto le coperte, ascoltando il silenzio raro di una mattina senza lavoro.
Dalla cucina arrivava il rumore del cucchiaio contro la tazza.
Lo zio era già al tavolo, come sempre.
Pane tagliato grosso, caffè d’orzo che fumava piano.
Gesti lenti, abituati, da giorno normale.
Antonio si alzò con calma, senza quella fretta che di solito gli stringeva lo stomaco.
Si lavò il viso con l’acqua fredda del catino, poi si sedette davanti al pane.
Mangiava piano, guardando la finestra appannata.
Fuori il paese era bianco, immobile, come se l’anno nuovo non avesse ancora deciso di cominciare.
Non dissero molto.
Con lo zio bastavano poche parole.
Ogni tanto uno sguardo, un cenno del capo.
La compagnia, tra loro, stava soprattutto nel silenzio.
Dopo colazione si vestirono con calma.
La camicia buona, la giacca spazzolata con il palmo, il berretto tirato giù sulla fronte.
Niente abiti da festa, solo ordine.
Come si fa quando si esce per rispetto, non per farsi vedere.
Era quasi mezzogiorno quando uscirono di casa.
Il sole, basso e pallido, si rifletteva sulla neve e faceva socchiudere gli occhi.
L’aria pungeva il viso, ma il paese aveva un’aria più lenta, da giorno di festa.
Camminavano affiancati, senza fretta, con le mani in tasca e la strada tutta bianca davanti.
Quando arrivarono davanti alla casa di Vito, dalla finestra usciva già il fumo della cucina.
I vetri erano appannati e dentro si muovevano ombre lente, avanti e indietro.
Si sentiva il tintinnio dei piatti e una voce che chiamava dalla stanza accanto.
Antonio capì subito che erano già a tavola con il cuore, prima ancora che con il corpo.
Non fecero in tempo a bussare che la porta si aprì.
Il calore uscì incontro a loro insieme all’odore di brodo e legna.
La moglie di Vito si fece da parte con un sorriso largo.
«Entrate… fuori si gela.»
La cucina era tutta luce e vapore.
La stufa accesa borbottava piano, il coperchio della pentola tremava per il bollore.
Sul tavolo il pane era già tagliato e i piatti aspettavano allineati, uno diverso dall’altro.
Non c’era eleganza, ma una cura semplice che sapeva di casa.
Francesca uscì dalla cucina con le maniche arrotolate e un mestolo ancora in mano.
Aveva i capelli raccolti in fretta e le guance arrossate dal calore della stufa.
Quando vide Antonio si fermò un attimo, come sorpresa.
Poi gli sorrise piano. «Buon anno.»
Antonio sentì il cuore fare un colpo secco, come quando inciampi su un gradino che non avevi visto.
Abbassò gli occhi, quasi per nascondersi.
«Buon anno» rispose piano.
Ma quel saluto semplice gli rimase addosso più del caldo della stanza.
Si sedettero al tavolo senza cerimonie, ognuno prendendo posto dove capitava.
Il pane passava di mano in mano, la minestra fumava nei piatti allineati.
Vito riempì i bicchieri di vino rosso senza misurare.
Il pranzo cominciò così, semplice, come una domenica di famiglia.
Parlavano poco, tra un boccone e l’altro.
Vito raccontava del lavoro, lo zio annuiva, ogni tanto scappava una risata bassa.
Le parole si mescolavano al rumore dei cucchiai e al respiro della stufa.
Era quel silenzio buono delle tavole dove nessuno deve dimostrare niente.
Ogni tanto il discorso cadeva sull’anno nuovo.
Niente sogni grandi, solo speranze piccole: più lavoro, meno freddo, salute per tutti.
«Basta che sia un anno tranquillo» disse Vito, versando ancora vino.
Francesca, passando dietro Antonio, gli sfiorò il braccio per allungargli il pane, e quel tocco leggero gli scaldò più del vino nel bicchiere.
Dopo mangiato nessuno si alzò subito.
I piatti restarono lì, vuoti, e il vino finì piano nei bicchieri.
La stufa continuava a borbottare, riempiendo la cucina di un caldo pigro.
Il tempo si fece largo, lento, come certe domeniche che non hanno fretta di finire.
Quando si alzarono per andare via, la moglie cominciò a sparecchiare piano.
Vito li accompagnò verso la porta e indicò con il mento la dispensa.
«Con tutta la roba che avete portato ieri… ci mangiamo due giorni. Altro che trattoria.»
Lo disse con una mezza risata, ma negli occhi c’era riconoscenza vera.
Francesca li seguì fino alla porta con lo strofinaccio ancora tra le mani.
Restò un passo indietro mentre parlavano, poi alzò gli occhi verso Antonio.
«Ci vediamo…» disse soltanto, piano.
Lui annuì, e in quel saluto breve c’era già tutta la sera che li aspettava.
Fuori l’aria li colpì in faccia come acqua fredda.
La porta si richiuse alle loro spalle e il calore restò dentro, insieme alle voci.
La strada era di nuovo bianca, vuota, silenziosa.
L’inverno riprese subito spazio, come se li stesse aspettando lì fuori.
Il giorno dopo la sveglia tornò presto, come sempre.
Pane duro, acqua fredda sul viso, scarponi ancora umidi vicino alla porta.
Camminarono verso la galleria nel buio del mattino, senza parlare.
Le feste erano finite, e la vita aveva ripreso il suo passo di ferro.
La domenica seguente tornarono ancora da Vito.
Era la Befana.
Antonio, passando davanti alla bottega il giorno prima, aveva comprato due manciate di cioccolatini e li aveva infilati in una calza di lana, legata con uno spago.
La porse a Francesca quasi di nascosto, come fosse una sciocchezza, ma lei la prese sorridendo e la tenne stretta al petto come una cosa preziosa.

Poi le settimane ricominciarono a scorrere uguali.
Galleria, casa, pane, sonno.
Qualche sera insieme, due passi nella neve, parole poche e buone.
L’inverno sembrava non finire mai, ma Antonio non aveva più fretta che passasse: per la prima volta, mentre i giorni andavano lenti, sentiva che qualcosa stava crescendo piano, come sotto la terra dura, aspettando soltanto la primavera.