Dietro un muro bastava nascondersi per sentirsi felici

C’era un tempo in cui per giocare non serviva niente.
Niente batterie.
Niente schermi.
Niente notifiche.

Bastava un muro.

Uno contava con la fronte appoggiata alla parete, gli occhi chiusi forte, come se chiuderli davvero potesse fermare il mondo.
L’altro correva piano, trattenendo il fiato, cercando un angolo, una porta, un’ombra abbastanza grande da diventare rifugio.

Nascondino.
La geografia dell’infanzia.

Quel muro non era cemento.
Era una casa, una fortezza, una promessa.
Era il confine tra “mi troveranno” e “forse mi salvo”.

E in quel gioco semplice c’era già tutto:
la paura di essere scoperti,
il desiderio di sparire,
e, in fondo, la speranza segreta di essere cercati.

Perché nessuno vuole davvero restare nascosto per sempre.

Il bianco e nero toglie la data, ma non l’emozione.
Potrebbe essere ieri o cinquant’anni fa.
Un cortile qualunque, di paese o di periferia.
Gli stessi muri ruvidi, le ginocchia sbucciate, le voci che rimbalzano tra le case.

Quando il tempo era lungo.
E il pomeriggio sembrava non finire mai.

Forse crescere è stato anche questo:
smettere di nascondersi dietro i muri
e cominciare a costruirli.

Ma certe foto ci ricordano che, da qualche parte dentro di noi,
c’è ancora un bambino che sta contando fino a dieci
e un altro che ride dietro una porta, convinto di non essere visto.