
il giorno dopo non si buttava niente.
Non per risparmio.
Per rispetto.
Rispetto per il cibo.
Per il lavoro.
Per le mani che avevano cucinato.
Ieri si è mangiato troppo.
Oggi si riscalda l’avanzo.
E dentro quella frase c’è un mondo intero.
La cucina accesa presto, la stufa che borbotta piano, il profumo che torna a riempire la casa come se la festa non fosse finita davvero.
La padella che sfrigola.
Il pane tagliato grosso.
I piatti diversi uno dall’altro, ma puliti, lucidi, pronti.
Niente sprechi.
Niente capricci.
Quello che c’è, basta.
E spesso è anche più buono del giorno prima.
Perché il sugo ha riposato.
La carne ha preso sapore.
E la famiglia si siede di nuovo attorno allo stesso tavolo.
Non era povertà.
Era intelligenza contadina.
Era dignità.
Era sapere che il cibo non si butta,
perché dietro ogni boccone c’è fatica.
Forse oggi abbiamo frigoriferi più grandi.
Ma meno memoria.
Loro avevano poco.
Ma sapevano farlo durare.
E in quella cucina calda, con la neve fuori dalla finestra,
non mancava niente.
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