
Il passo dei muli
Galleria, muli e giorni che si allungano
Le giornate, una uguale all’altra.
Galleria.
Casa.
Pane.
Sonno.
E poi di nuovo da capo.
Eppure qualcosa stava cambiando.
La luce restava un poco di più sui tetti la sera.
Al mattino non era più buio fitto quando uscivano di casa.
La neve ai bordi della strada si ritirava piano, lasciando chiazze di terra nera e lucida.
Non era una cosa che si vedeva subito.
Si sentiva.
L’aria pungeva meno.
Sapeva meno di fumo e più di acqua.
Dai tetti cadevano gocce lente, una dopo l’altra.
Odore di terra bagnata.
Di legna umida.
Di stagione che gira pagina.
Al bar qualcuno parlava già della Pasqua.
Delle uova sode nel cestino.
Dei dolci pasquali.
Dei primi giorni senza cappotto.
«Quest’anno arriva presto» dicevano.
Erano segnali piccoli.
Quasi niente.
Ma abbastanza per farti pensare che l’inverno stesse mollando la presa.
Alla galleria tutto funzionava come sempre.
Martelli.
Carrelli.
Polvere.
Turni che non guardavano il calendario.
Il lavoro non cambiava mai.
Solo la luce fuori.
Durante le pause, Antonio usciva spesso all’imbocco del traforo.
Aveva bisogno di respirare aria vera, non quella bagnata di pietra.
Si sedeva su un sasso, mangiava il pane piano e guardava il viavai degli animali.
I muli.
Erano i muli a fare la spola con il paese.
Partivano dal fondo valle carichi di sacchi, legname e attrezzi, e salivano piano lungo il sentiero fino all’imbocco della galleria.
Passavano uno dietro l’altro, con il fiato che fumava e gli zoccoli che battevano sulla pietra.
Testardi, pazienti, silenziosi come gli uomini.
Antonio li osservava da tempo.
E una cosa gli era rimasta negli occhi.
Alcuni non camminavano bene.
Passi corti.
Zoppie leggere.
Testa bassa.
Come se ogni passo pesasse più del dovuto.
Lui certe cose le capiva subito.
Era cresciuto così.
Non era una cosa improvvisata.
Da ragazzo aveva lavorato per un maniscalco del paese.
Aveva imparato a forgiare il ferro sull’incudine, a sagomarlo caldo, a ferrare muli e asini con calma e mano ferma.
Gli animali, con lui, stavano tranquilli. Come se capissero che non voleva fargli male.
Una mano sul collo.
Un colpo secco.
E via.
Gli animali con lui stavano tranquilli.
Si fidavano.
Era una cosa che non si imparava nei libri.
O ce l’hai.
O no.
Un giorno, durante la pausa, ne vide passare uno che quasi trascinava la zampa.
Ogni passo era una smorfia.
Antonio si alzò di scatto.
«Aspetta un momento» disse al conducente.
L’uomo tirò le briglie.
«Che c’è?»
Antonio si chinò vicino allo zoccolo.
Guardò il ferro.
Storto.
Consumato solo da un lato.
«Così gli fai male» disse. «Cammina storto. Gli stai rovinando la gamba.»
Il conducente scrollò le spalle.
«Mah… a me pare che tira lo stesso.»
Antonio lo guardò serio.
«Tira, sì. Ma soffre.»
Quella parola gli rimase in bocca.
Soffre.
Non gli piaceva.
Non per un animale che lavorava come loro.
Così andò dal capo cantiere.
Bussò alla porta dell’ufficio.
«Capo… posso dirle una cosa?»
L’uomo alzò gli occhi dai fogli.
«Dimmi.»
Antonio spiegò piano.
I ferri messi male.
Le zoppie.
Il rischio che uno cadesse lungo il sentiero.
«E tu come fai a saperlo?» chiese il capo, mezzo diffidente.
Antonio si strinse nelle spalle.
«Li ho sempre ferrati. A casa. Li guardi camminare e lo capisci.»
Il capo lo fissò un momento.
Poi annuì.
«Va bene. Vediamo.»
Nei giorni seguenti non successe niente.
Tutto uguale.
Stesso lavoro.
Stessi turni.
Antonio quasi pensò di aver parlato per niente.
Forse non gli avevano creduto.
Forse non importava a nessuno.
Si rimise a fare quello che sapeva fare.
Testa bassa.
Braccia forti.
E basta.
Intanto l’aria cambiava davvero.
La sera sapeva di terra bagnata.
La luce restava un poco di più sui tetti.
I giorni si allungavano senza farsi notare.
Erano segnali piccoli.
Ma veri.
Come promesse sottovoce.
Un lunedì mattina, mentre stava caricando un carrello, un ragazzo gli si avvicinò.
«Antonio, ti vogliono in ufficio.»
Si fermò.
Il cuore fece un salto.
In ufficio?
Non succedeva mai.
Si pulì le mani sui pantaloni.
Per un attimo pensò:
Ho fatto qualcosa di sbagliato?
Magari una parola di troppo.
Magari quel discorso sui muli.
Camminò verso la baracca con lo stomaco stretto.
Entrò.
Dentro c’erano il capo cantiere.
E un uomo che non aveva mai visto.
Giacca scura.
Scarpe pulite.
Faccia da città.
Non uno della galleria.
Antonio si tolse il berretto.
«Mi ha chiamato?»
Il capo lo guardò e sorrise.
Un sorriso che non era di rimprovero.
«Antonio, calma. Non hai fatto niente di male.»
Indicò l’uomo accanto a sé.
«Questo è il responsabile della stalla.»
L’uomo fece un passo avanti.
«Mi hanno detto che tu te ne intendi di ferri e di muli.»
Antonio rimase zitto.
Il capo aggiunse:
«Vuole che gli spieghi bene quello che hai notato.»
Per la prima volta da quando era arrivato lì,
Antonio non si sentì solo un bracciante.
Sentì che, forse,
quello che sapeva fare con le mani
contava davvero qualcosa.
Antonio cominciò a spiegare piano, aiutandosi più con le mani che con le parole.
Il signore capiva poco l’italiano e ogni tanto il capo cantiere traduceva a metà frase.
Indicava gli zoccoli, mostrava le misure con le dita, disegnava nell’aria la forma del ferro.
Disse che non esiste un ferro uguale per tutti.
In pianura bastano ferri leggeri e lisci.
In montagna servono ramponi, presa, altrimenti l’animale scivola sulla pietra o sul ghiaccio.
Aggiunse che quelli comprati già pronti non sempre vanno bene.
Spesso bisogna scaldarli, batterli sull’incudine, allargarli o stringerli finché diventano giusti, come un vestito cucito addosso.
Poi si fermò un momento.
«E quando lo ferri… non deve sentire dolore» disse.
«Prima lo calmi. Gli parli. Gli tieni la testa. Se si fida, sta fermo. Se ha paura, si fa male lui… e te.»
Fece spallucce.
«Gli animali capiscono tutto.»
L’ospite ascoltava con attenzione, senza interrompere.
Ogni tanto annuiva, guardando le mani di Antonio più che le parole.
Poi si voltò verso il capo cantiere e disse qualcosa nel suo dialetto.
Il capo tradusse:
«Chiede se domani puoi venire alla stalla. Vuole farti vedere i muli.»
Antonio si strinse nelle spalle.
«Va bene. Nessun problema.»
Lo disse come se gli avessero chiesto di spostare un sacco.
Ma dentro sentì una cosa nuova.
Come quando qualcuno, per la prima volta, si fida davvero di te.
L’uomo gli si avvicinò e parlò piano, cercando le parole giuste.
«Allora… domani mattina. Sei e mezza.
Fatti trovare davanti alla stazione. Ti passo a prendere e vieni con me.»
Il capo cantiere annuì.
«Vai tranquillo. Qui ci pensiamo noi.»
Antonio tornò al suo lavoro senza dire niente a nessuno.
Riprese a spingere il carrello, a caricare pietre, a respirare polvere come sempre.
Le mani facevano quello che sapevano fare.
Ma il pensiero era già al giorno dopo.

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