
LUNA TRA DUE MONDI
La parola attenzione non smise più di seguirla.
Non appariva ovunque.
Ma quando compariva, lo faceva con una precisione inquietante, come se conoscesse il momento esatto in cui Luna stava per abbassare la guardia.
La sera dopo, il cielo si era fatto limpido e tagliente. Le luci dei lampioni disegnavano cerchi imperfetti sull’asfalto bagnato, e ogni riflesso sembrava avere una profondità che prima non c’era. Luna camminava piano, il quaderno stretto contro il petto, cercando di ricordare la lezione più difficile imparata fino a quel momento: non tutto ciò che chiama va seguito.
La soglia invisibile
Davanti a casa sua, qualcosa la fece fermare.
Non un rumore.
Un’assenza.
Il portone era chiuso, come sempre. Eppure, l’aria davanti ad esso era diversa, più spessa, come se qualcuno avesse tracciato una linea che non si vedeva ma si sentiva.
Una soglia.
Luna allungò la mano. Il blu reagì subito, pronto, protettivo.
Lo trattenne.
Inspirò.
Espirò.
La soglia non scomparve.
Ma smise di spingere.
Il quaderno si scaldò appena, e una frase si scrisse da sola, sottile come un respiro:
Non tutte le soglie vanno attraversate.
Alcune vogliono solo essere riconosciute.
Luna abbassò la mano.
La soglia si dissolse, lasciando dietro di sé un silenzio neutro, quasi rispettoso.
Prima di infilare la chiave nel portone, Luna restò ferma ancora qualche secondo.
Il quartiere era quasi immobile.
Una finestra accesa al terzo piano.
La televisione che lampeggiava blu dietro una tenda.
Qualcuno che trascinava una sedia sul balcone.
Piccoli rumori domestici.
Normali.
Eppure le sembravano lontani, come se li stesse ascoltando da sott’acqua.
Abbassò lo sguardo sull’asfalto.
Le pozzanghere riflettevano i lampioni deformandoli.
Cerchi tremolanti, imperfetti.
Per un istante ebbe la sensazione che non riflettessero solo la luce.
Come se sotto ci fosse profondità.
Come se bastasse un passo falso per affondare in qualcosa che non era acqua.
Strinse il quaderno al petto.
Sentiva il cuore battere contro la copertina.
Tac.
Tac.
Tac.
Si chiese quando fosse successo.
Quando la realtà aveva iniziato a sembrare doppia.
Non pericolosa.
Solo… più spessa.
Come se dietro ogni cosa ce ne fosse un’altra identica, leggermente sfasata.
Un secondo mondo appoggiato al primo.
Forse era sempre stato così.
Forse era lei ad aver imparato a vedere.
Il blu si mosse piano, sotto la pelle.
Non voleva uscire.
Non voleva difendere.
Voleva solo esserci.
Presente.
Come il respiro.
Luna chiuse gli occhi.
Contò fino a cinque.
Uno per il corpo.
Uno per il pensiero.
Uno per il blu.
Uno per ciò che non capiva.
Uno per restare.
Quando li riaprì, la strada era di nuovo solo una strada.
Il portone solo un portone.
La soglia non premeva più.
Aspettava.
E per la prima volta capì che non tutto ciò che aspetta desidera essere attraversato.
Alcune cose vogliono solo essere riconosciute.
Condividere il segno
Il giorno dopo, a scuola, Luna raccontò tutto a Sara ed Elia.
Non nei dettagli.
Nei punti essenziali.
Le parole uscivano misurate, come se nominarle troppo forte potesse farle diventare reali più del necessario.
Scelsero il corridoio vicino alle scale antincendio, quello dove passava poca gente e l’eco sembrava trattenere i suoni invece di rilanciarli. La luce entrava obliqua dalle finestre alte, disegnando rettangoli pallidi sul pavimento.
Luna parlava piano.
Non per paura di essere sentita.
Per rispetto.
Come si fa quando si racconta qualcosa che non si è ancora capito del tutto.
Descrisse l’aria davanti al portone.
La sensazione di spessore.
La mano che aveva sentito resistenza senza toccare nulla.
Il quaderno che si era scaldato.
Mentre parlava, si accorse che non stava cercando di convincerle.
Stava solo mettendo ordine.
Sara ascoltava con le sopracciglia aggrottate, il braccialetto blu immobile sul polso, le dita strette intorno al charm a forma di stella, come se stesse facendo la sua parte nel non reagire.
Di solito gesticolava sempre.
Quella volta no.
Sembrava trattenere il verde dentro di sé, come si trattiene il fiato sott’acqua.
Elia, invece, sembrava concentrata su altro.
Non su Luna.
Non sul corridoio.
Su qualcosa di invisibile tra una parola e l’altra, come se stesse cercando il punto preciso in cui la storia cambiava peso.
Gli occhi le si muovevano lenti, attenti, seguendo spazi che non c’erano.
«Non era una minaccia» disse Elia alla fine.
La sua voce era calma, quasi tecnica.
Come se stesse descrivendo un esperimento.
«Era una domanda.»
Sara si voltò verso di lei.
«Una domanda?» ripeté.
Elia annuì piano.
Si lasciò scivolare contro il muro, sedendosi a terra con la schiena appoggiata alle piastrelle fredde.
«Una soglia chiede sempre la stessa cosa» disse. «Sei pronta a sapere cosa succede se passi?»
Tacque un istante.
Poi aggiunse:
«E a volte la risposta giusta non è sì.»
Luna sentì un brivido.
Non di paura.
Di lucidità.
Come quando una parola trova finalmente il posto esatto dentro di te.
Non dove fa meno male.
Dove ha più senso.
Per la prima volta non si sentì chiamata.
Si sentì… osservata.
E stranamente, questo la fece sentire meno sola.
Quando la soglia risponde
All’uscita, il cielo si era fatto color rame.
Le tre ragazze si fermarono nel punto dove il cortile confinava con la vecchia ala chiusa della scuola.
«Sento che qualcosa sta cambiando» disse Sara. «Non fuori. In come ci risponde.»
Elia chiuse gli occhi.
«Perché stiamo imparando a non invadere.»
In quel momento, la parete davanti a loro si illuminò appena.
Non una crepa.
Una linea morbida, come un invito non pronunciato.
Non si aprì.
Non chiamò.
Si limitò a rispondere alla loro presenza.
Il quaderno di Luna si aprì da solo.
Una nuova frase comparve, lenta, definitiva:
Quando smetti di forzare,
il mondo trova il modo di parlarti.
Comprendere la regola
Tornarono a casa in silenzio, ma non era un silenzio pesante.
Era un accordo tacito.
Il Patto non chiedeva più dimostrazioni.
Chiedeva misura.
Quella notte, prima di dormire, Luna posò il quaderno sul comodino e spense la luce. Nel buio, il blu rimase quieto, come un mare che conosce la riva.
Capì allora che la magia non era attraversare ogni porta.
Era sapere quando fermarsi davanti a una soglia
e lasciare che fosse lei
a decidere
se rispondere.


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