Un racconto per territori

Premessa
Questo non è un atlante.
Non è una guida.
Non è un manuale.
Qui non troverai classifiche, punteggi, né gerarchie da imparare a memoria.
Questo libro nasce da un’idea semplice:
il vino non si capisce tutto insieme.
Si incontra.
Si attraversa.
Si ascolta.
Il Piemonte, più di altri luoghi, rifiuta le spiegazioni rapide.
Non ama essere riassunto.
Non si lascia ridurre a uno stile unico.
Chiede tempo.
Passi lenti.
Disponibilità.
Per questo il racconto non parte dai nomi famosi,
né dalle etichette che fanno rumore,
ma dal carattere della terra.
Da come si comporta.
Da come resiste.
Da come resta.
Chi cerca certezze immediate,
qui potrebbe sentirsi spaesato.
Chi invece accetta di entrare senza pretendere risposte,
scoprirà che il Piemonte non si offre.
Si concede.
Piano.
Il Piemonte del vino, a piedi
Un cammino tra colline, vigne e memoria
Non è un viaggio da fare in fretta.

Non è un elenco di territori, né una guida da consultare.
È un cammino.
Un passo dopo l’altro, dentro una regione che non si lascia attraversare senza chiedere attenzione.
Qui il vino non è una meta, ma un compagno silenzioso.
Non si beve: si incontra.
E ogni incontro chiede tempo, ascolto, rispetto.
Per questo si parte a piedi.
Si parte da Alba, che non è solo una città ma una soglia.
Qui il passo si regola subito: colline morbide, marne argillose, filari ordinati come frasi scritte bene.
Cammini tra le Langhe, passando da Barolo a Barbaresco.
Il Nebbiolo è ovunque, ma non si impone: osserva, aspetta, prende luce.
Sotto i piedi senti una terra compatta, antica, che ha imparato la pazienza
prima degli uomini.
È un inizio solenne, quasi religioso.
Ma il cammino, come il vino, non vive di un solo tono.

Prima di voltare lo sguardo altrove, il passo si fa più duro, il respiro più profondo. Sali verso l’Alta Langa, dove le colline smettono di essere disegno e diventano rilievo. Qui il vigneto non è più un assoluto: divide lo spazio con i noccioleti, i pascoli, i boschi di castagno che sanno di ombra e di radici. Il Nebbiolo si ferma più in basso, teme il freddo delle creste.
In borghi come Bossolasco o Murazzano, l’aria è diversa: arriva dalle Alpi e già profuma di mare. Sui terreni calcarei, tra i muretti a secco, il Pinot Nero e lo Chardonnay trovano una casa austera. L’Alta Langa non ha fretta: chiede anni di buio in cantina per diventare spumante sapido, minerale, croccante. È la tappa della solitudine e della vista larga. Cammini sul crinale del mondo, capendo che la vigna è solo una parte di un equilibrio più grande.
Poi il sentiero inclina di nuovo, superato il Tanaro, il mondo si spezza.

Il suolo si fa sabbioso, fragile, scavato dal tempo.
Sei nel Roero, tra Canale e Bra.
Le Rocche sembrano ferite aperte nella collina. Qui il passo diventa più attento.
Il Nebbiolo si alleggerisce, quasi si ritrae, e lascia spazio all’Arneis: un bianco che sa di vento e di distanza dal fiume.
Il paesaggio non accoglie: dialoga.
E se non ascolti, ti perdi.
Procedendo verso est entri nell’Astigiano.
Qui le colline non sono più drammatiche: sono ritmate, ripetute, infinite.

Tra Nizza Monferrato e Canelli, la Barbera domina come una voce franca, diretta.
Sotto Canelli, cammini letteralmente sopra le Cattedrali Sotterranee: silenzio, gesso, buio buono.
Il Moscato matura lontano dalla luce, come certi pensieri importanti.
Qui il cammino è ampio, quasi orizzontale.
Ti senti parte di un sistema agricolo vivo, non di una cartolina.

Virando a sud, l’aria cambia.
L’Appennino si avvicina, il respiro diventa diverso.
Nell’Acquese, attorno ad Acqui Terme, il terreno vibra di aromi.
Il Brachetto non chiede potenza: chiede attenzione.
Cammini tra sentieri dove il profumo arriva prima del paesaggio.
È una tappa emotiva.
Qui il vino smette di essere struttura e diventa gesto.
Proseguendo verso il confine ligure, il cielo si apre.
Nel Gavi, il vento arriva dal mare anche se non lo vedi.
La Cortese cresce con una lucidità rara.

Camminare qui è come cambiare ritmo: passi più lunghi, pensieri più chiari.
Il bianco diventa sapido, verticale, essenziale.
È una soglia:
tra pianura e Appennino,
tra Piemonte e Mediterraneo.

Se pieghi verso est, il cammino si fa più solitario.
Nel Tortonese non c’è spettacolo: c’è sostanza.
Il Timorasso è una rinascita, ma non una moda.
Sotto i piedi senti marne profonde, tempi lunghi, vini che chiedono anni, come certi silenzi.
Qui il camminatore ritrova se stesso.
Risalendo verso il Po entri nel Monferrato Casalese,
tra Vignale Monferrato e borghi di pietra cantone.
Il Grignolino non si spiega: cammina con te.

Leggero, nervoso, anarchico.
È il vino dei contadini che non chiedevano permesso.
Qui il passo è umano, quotidiano.
Nessuna retorica.

Superata Torino, entri nell’anfiteatro morenico del Canavese.
Cammini sulla Serra di Ivrea, una linea glaciale che sembra infinita.
L’Erbaluce ti accompagna fino a Carema,
dove il Nebbiolo si arrampica sulla pietra,
sostenuto da pilastri come mani antiche.

Qui il cammino è fatica vera.
E rispetto.
Ai piedi del Monte Rosa entri nell’Alto Piemonte,
tra Gattinara e Ghemme.
Il suolo diventa vulcanico, acido, ferroso.
Il Nebbiolo – qui Spanna – chiude il cerchio:
austero, verticale, definitivo.
Non è un finale.
È un ritorno consapevole all’inizio.
Ultima nota di cammino

Molti dei sentieri che attraversano questo viaggio non nascono dal vino.
Eppure lo raccontano meglio di qualunque etichetta.
I Sentieri UNESCO e la Via Francigena non sono stati tracciati per degustare, ma per passare.
Per andare altrove.
Per tornare.
Per cercare.
Le dorsali che uniscono Barolo e La Morra, i crinali tra Barbaresco e Neive, i sentieri scavati nelle Rocche del Roero tra Canale e Montà, le vie alte che collegano Nizza Monferrato a Canelli passando sopra le Cattedrali Sotterranee: prima di essere paesaggi da ammirare, sono stati strade di lavoro e di necessità.
Vie battute da chi portava merci, da chi cercava un mercato, da chi semplicemente doveva arrivare dall’altra parte della collina.
La Via Francigena, dal canto suo, attraversa il Piemonte come una spina dorsale silenziosa.
Scende dalle Alpi, sfiora la pianura, dialoga con il Monferrato e con le terre dell’Alto Piemonte.
Non cerca il vino, ma lo incontra.
E lo lascia lì, come traccia di un passaggio riuscito.
Ed è proprio questo il punto.
Il Piemonte del vino non è solo una regione agricola d’eccellenza.
È una terra di transiti antichi, di confini attraversati a piedi, di uomini che partivano e di altri che aspettavano.
Le stesse colline che oggi leggiamo nei calici sono state percorse da pellegrini, mercanti, contadini, soldati.
Prima ancora che da vignaioli.
Camminare qui significa rientrare in quella continuità.
Significa accettare che il paesaggio non è mai fermo, e che il vino è solo una delle sue forme di memoria.
Un modo con cui la terra racconta ciò che è passato, senza bisogno di parole.
Per questo il cammino e il vino si somigliano.
Entrambi chiedono lentezza.
Entrambi non si possiedono.
Entrambi diventano chiari solo quando li si attraversa fino in fondo.
E forse è per questo che, arrivati alla fine, non si ha la sensazione di aver concluso qualcosa.
Ma di essere tornati a un punto iniziale, un po’ più consapevoli.
Come accade dopo ogni vero cammino.

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