
Capitolo 3 – La famiglia De Thomasis: potere, cultura e memoria
Dopo il Medioevo
Dopo i secoli medievali, in cui Montenerodomo fu borgo di pastori e contadini legato ai tratturi, la storia del paese iniziò lentamente a cambiare direzione.
Il borgo restava piccolo, isolato, ancorato alla vita dei campi e delle greggi. Ma accanto a questa dimensione quotidiana cominciarono ad affermarsi figure capaci di guardare oltre, di portare il nome del paese fuori dai confini della Maiella.
Fu in questa fase che emersero due famiglie destinate a segnare la vita del borgo: i De Thomasis, documentati già dal Quattrocento, e, più tardi, i Croce, presenti dal Seicento.
Due storie diverse, ma intrecciate nello stesso spazio: la piazza alta, accanto alla chiesa di San Martino. Un luogo dove, in pochi metri, si concentravano religione, potere e cultura.
I palazzi nobiliari
La presenza di queste famiglie si rifletteva anche nello spazio del borgo, in particolare nella piazza alta, accanto alla chiesa di San Martino.
Qui sorgevano il Palazzo De Thomasis e, di fronte, il Palazzo Croce. Due edifici importanti, diversi per struttura e funzione, ma uniti dal ruolo centrale che ricoprivano nella vita del paese.
Il Palazzo De Thomasis era un edificio signorile in pietra, articolato su più piani, con numerose stanze e una ricca biblioteca, segno di una presenza attenta non solo al potere, ma anche al sapere.
Il Palazzo Croce, più ampio e imponente, completava la scena della piazza, con sale di rappresentanza e spazi destinati alla gestione patrimoniale e familiare.
Tra i due palazzi, la chiesa di San Martino fungeva da punto di equilibrio: religione, potere civile e cultura convivevano in pochi metri, definendo il cuore del borgo.
Oggi, di quell’assetto resta soprattutto la memoria. La guerra ha cancellato gran parte di queste strutture, interrompendo una continuità architettonica che per secoli aveva definito la piazza.

La famiglia De Thomasis
I De Thomasis furono la prima grande famiglia di Montenerodomo.
Giuristi e proprietari terrieri, seppero costruire nel tempo un legame solido con il Regno di Napoli, entrando nei meccanismi dell’amministrazione e della giustizia. Il loro nome cominciò così a circolare ben oltre i confini del borgo, assumendo un peso crescente nelle dinamiche politiche e sociali dell’epoca.
Ma tra tutti, una figura emerge con particolare forza.
Giuseppe De Thomasis: il riformatore
Giuseppe De Thomasis nacque a Montenerodomo il 19 marzo 1767.
Fin da giovane mostrò una predisposizione per lo studio. Dopo i primi insegnamenti ricevuti in paese, proseguì la formazione a Sulmona e a Chieti, per poi trasferirsi a Napoli ancora adolescente. Qui si laureò in Giurisprudenza, distinguendosi per capacità e determinazione.
Avrebbe potuto limitarsi alla carriera forense, ma scelse una strada diversa. Non gli bastava applicare le leggi: voleva comprenderle, migliorarle, renderle strumenti concreti per la società. Si dedicò così allo studio del diritto, della politica e dell’economia, preparandosi a un ruolo più ampio.
Con l’arrivo dei napoleonici nel Regno di Napoli, la sua carriera entrò nel vivo. Fu chiamato a ricoprire incarichi pubblici in diversi territori, dove si confrontò con realtà difficili e spesso segnate da ingiustizie profonde.
In questi anni emerse il suo tratto distintivo: l’attenzione per la vita reale delle persone. Non si limitò alla gestione amministrativa, ma cercò di intervenire concretamente, riducendo abusi e migliorando le condizioni dei coloni.
Tra le iniziative più significative vi fu la fondazione del Comune di Ateleta, concepito come un’esperienza nuova, più equa, capace di offrire condizioni migliori a chi vi abitava.
La sua carriera lo portò poi ai vertici dell’amministrazione del Regno di Napoli, fino a ricoprire incarichi di grande responsabilità anche a livello centrale e in Sicilia. Ovunque operasse, lasciava il segno di un uomo capace di unire rigore e visione.
Ma Giuseppe De Thomasis non fu solo uomo di governo.
Accanto all’impegno politico, coltivò sempre una profonda passione per la cultura. Scrisse opere di diritto e di economia, ma si dedicò anche alla traduzione e alla scrittura letteraria, confrontandosi con autori europei come Voltaire e Molière.
Il legame con Montenerodomo non venne mai meno. Tra i suoi scritti, quello più caro al borgo resta Sulla terra di Montenerodomo in Abruzzo, pubblicato postumo nel 1919 negli Atti dell’Accademia Pontaniana grazie a Benedetto Croce. Un testo che rappresenta quasi un ritorno alle origini.
Morì a Napoli il 10 settembre 1830.
Ma la sua eredità continua a vivere: nei documenti, nelle riforme che portano la sua impronta, e nella memoria collettiva del paese, che riconosce in lui un esempio di come anche un piccolo borgo possa generare figure capaci di incidere nella storia.
I Croce: una presenza che continua
Accanto ai De Thomasis, dal XVII secolo si affermarono i Croce, anch’essi notabili e proprietari.
Il loro palazzo, situato di fronte alla chiesa di San Martino, rappresentava una presenza importante nel cuore del borgo. Nel tempo, la famiglia si distinse per il legame con la cultura e la memoria.
Il loro ruolo e la loro storia meritano però uno spazio a parte, che verrà approfondito nel capitolo successivo.
Conclusione
Il dopo-Medioevo di Montenerodomo non fu solo fatto di pastori e contadini, ma anche di palazzi, biblioteche, giuristi e riformatori.
I De Thomasis e i Croce rappresentarono due modi diversi di vivere la nobiltà: l’uno legato all’azione politica e alle riforme, l’altro alla memoria e alla cultura.
Se Juvanum racconta l’antichità e il Medioevo la resilienza, queste famiglie narrano un’altra storia: quella di un borgo capace, pur nella sua dimensione periferica, di produrre figure che seppero guardare oltre la montagna e lasciare un segno nella storia del Regno di Napoli e dell’Italia.