
La guerra aveva lasciato ferite profonde. Case distrutte, famiglie disperse, campi abbandonati: Montenerodomo non era più il borgo che tutti ricordavano. Dopo la decisione di rimanere fedeli al vecchio sito e ricostruire sulle macerie, la comunità si trovò davanti a un’altra sfida: riportare la vita tra le pietre annerite.
Non bastava rialzare muri e tetti, bisognava ritessere la trama quotidiana di un paese: le relazioni, i riti, la scuola, le feste.
Le prime case a Piano Janiero e a Fonticelle
Il primo segnale di rinascita arrivò dalle nuove costruzioni in muratura a Piano Janiero, località di proprietà comunale scelta per i senzatetto. Qui sorsero i primi appartamenti e villette progettati dal Genio Civile di Chieti.
Accanto a questa iniziativa, anche la contrada Fonticelle, poco distante dal sito archeologico di Juvanum, accolse alcune abitazioni di nuova costruzione. Furono pensate per dare riparo immediato alle famiglie più colpite, soprattutto a quelle che avevano perso le case più in alto, tra le contrade de “Le Colle” e “Catarosce”.
Case semplici, a un piano, con tetto spiovente e cortile: non avevano il fascino dei palazzi nobiliari scomparsi, ma restituivano sicurezza e stabilità. In quelle stanze modeste, tra cucine e letti ricavati da materiali di recupero, la vita tornò a scorrere: il fuoco nel camino, i bambini che giocavano nei cortili, i vicini che si aiutavano.
La chiesa e la comunità
La chiesa di San Martino rimase l’unico edificio della rupe a resistere. Intatta, continuò a essere il cuore spirituale del paese, il luogo dove si celebravano matrimoni, battesimi e messe di ringraziamento per chi era sopravvissuto. Attorno alla sua facciata solitaria si radunava la comunità: era il segno che, nonostante tutto, la fede e la memoria restavano in piedi.
Le processioni religiose, anche se ridotte, tornarono a segnare il ritmo delle stagioni. Le feste patronali ripresero con semplicità: niente fuochi, pochi addobbi, ma tanta partecipazione. Quelle celebrazioni erano la prova che il paese non era morto.
Il ritorno alla scuola e al mercato
La scuola tornò a funzionare in locali provvisori, con banchi arrangiati e quaderni donati dalle missioni di soccorso. I bambini, che fino a poco prima vivevano tra macerie e boschi, tornarono a imparare l’alfabeto e i numeri. Per le famiglie fu un sollievo: significava restituire ai più piccoli la possibilità di un futuro diverso dalla guerra.
Anche il mercato si rianimò. Pochi prodotti, quasi tutti frutto di autoproduzione: legumi secchi, patate, un po’ di grano, formaggi, polli e conigli. Non c’era abbondanza, ma c’era di nuovo scambio, incontro, vita comunitaria.
L’asilo infantile: un simbolo di rinascita

Il passo più importante verso la normalità fu la costruzione dell’asilo infantile, inaugurato il 9 marzo 1948 accanto alla chiesa di San Martino, sulle rovine del palazzo De Thomasis.
Non era un edificio qualsiasi: era un segno forte. I bambini avrebbero avuto uno spazio dedicato a loro, pulito, sicuro, lontano dalle macerie. Aule luminose, banchi ordinati, giochi semplici: tutto parlava di futuro.
Per la comunità fu il simbolo della rinascita: non solo pietre rimesse in piedi, ma una volontà collettiva di dare priorità ai più piccoli, alla vita che cresceva.
I quaccheri americani: giovani venuti da lontano
A rendere possibile l’asilo fu l’aiuto dei “quaccheri americani”, un gruppo di una ventina di volontari dell’American Friends Service Committee (AFSC).
Non erano soldati, ma ragazzi poco più che ventenni che avevano scelto di partire dagli Stati Uniti non per combattere, ma per servire. Portarono con sé strumenti di lavoro, corde, calce e sorrisi. Per i monteneresi, abituati ad associare l’America agli eserciti e alle armi, fu una scoperta sorprendente: questi giovani venivano a ricostruire, non a distruggere.
Lavorarono fianco a fianco con gli abitanti, sollevando pietre, aggiustando tetti, preparando malta. Nelle pause dividevano il pane e la minestra con le famiglie. La sera cantavano canzoni in inglese che i bambini cercavano di ripetere, tra risate e pronunce storte. Alcuni portarono strumenti musicali e riempirono di note nuove le notti abruzzesi.
La loro presenza fu molto più di un aiuto materiale: insegnarono che la pace si costruisce con i gesti quotidiani, con le mani che si tendono, con la solidarietà che attraversa oceani. Quando ripartirono, lasciarono non solo muri più solidi, ma una comunità con rinnovata fiducia nel futuro.
Epilogo: la vita che torna
Il ritorno alla vita comunitaria non significò dimenticare la tragedia. Le macerie erano ancora lì, i morti vivevano nella memoria, le ferite restavano aperte. Ma proprio per questo la rinascita fu speciale: ogni mattone posato, ogni bambino a scuola, ogni festa celebrata erano atti di resistenza contro la morte.
Montenerodomo, nel 1947-48, non era più il paese di prima, ma era tornato a essere un paese vivo. E in quel tornare alla vita c’era il senso più profondo della ricostruzione: non solo rialzare pietre, ma rialzare persone.
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