
La scuola, le giornate che scorrevano veloci e un nuovo inizio prima della Cornovaglia.
Avevo già deciso che a metà maggio sarei partito per la stagione estiva in Cornovaglia.
Era una scelta che avevo preso con calma, ma senza esitazioni: sentivo che quell’esperienza, in un luogo così diverso, mi avrebbe insegnato ancora qualcosa.
Per questo mi iscrissi a scuola sapendo già che il tempo sarebbe stato breve — poche settimane soltanto — ma anche che ogni giorno sarebbe valso la pena.

La scuola si trovava proprio a Piccadilly, in una di quelle vie che sembrano non dormire mai.
Ogni volta che avevo la mattina libera, prendevo la metro e andavo a lezione.
Scendevo tra la folla con la cartella sottobraccio e lo sguardo curioso, mescolandomi ai flussi di persone che riempivano le strade.
Le lezioni erano semplici, ma efficaci: pronuncia, dialoghi, esercizi di conversazione.
Mi piaceva l’atmosfera internazionale: studenti di ogni provenienza, tutti con lo stesso desiderio di capire e farsi capire.
In quelle ore, tra un esercizio e un sorriso, mi rendevo conto che l’inglese cominciava davvero a entrare dentro di me, come una musica che piano piano

impari a canticchiare senza accorgertene.
Fu un periodo intenso.
Lavoro e studio si alternavano senza lasciare spazio all’ozio, ma non mi pesava.
Avevo la sensazione che ogni ora vissuta così, piena e densa, stesse costruendo qualcosa che ancora non sapevo nominare, ma che sentivo mio.
Un giorno, al bar dell’hotel, accennai al fatto che stavo cercando una stanza più vicina al lavoro.
Fino ad allora abitavo a West Ham, lontano e poco comodo, ospite di Giuseppe e Gilda, che mi avevano accolto con gentilezza e premura.
Non volevo approfittare troppo della loro ospitalità, e soprattutto desideravo iniziare a gestirmi da solo, con la libertà e la responsabilità che questo comportava.
La voce girò in fretta.
Fu un ragazzo francese, collega di sala, a dirmi una sera:
— “Se vuoi, c’è un posto libero nel mio appartamento. Non è lontano dall’albergo. È un po’ caro, ma sei comodo.”
Lo disse con quel tono tranquillo di chi non vuole convincerti, ma solo proporti una possibilità.
Ci pensai una notte intera, poi accettai.
Non avevo bisogno di molto per decidere: a volte basta un passo per cambiare tutto.
L’appartamento non era grande, ma ordinato. Due stanze, una cucina piccola ma funzionale e una finestra che guardava i tetti di Londra.
Quando entrai per la prima volta, il pavimento di legno scricchiolò leggermente, come per darmi il benvenuto.
Mi sembrò un segno.
Salutai Gilda e Giuseppe con gratitudine.
Mi offrirono il pranzo la domenica prima del trasloco, e ricordo ancora la loro gentilezza:
— “Se ti serve qualcosa, sai dove trovarci.”
Sorrisi, promettendo che sarei tornato a trovarli, anche se dentro di me sapevo che il tempo avrebbe preso direzioni imprevedibili.
Il giorno del trasferimento caricai tutto in una valigia e due borse: poche cose, ma tutte essenziali.
Non era la prima volta che cambiavo casa, ma ogni volta era come attraversare una frontiera.
Lasciare West Ham significava chiudere un piccolo capitolo, aprirne un altro, più vicino al lavoro e alla città che ormai cominciavo a chiamare “mia”.
Da quella finestra, nelle sere successive, guardavo le luci di Londra e pensavo alla Cornovaglia.
Sapevo che presto avrei fatto di nuovo le valigie, ma non mi dispiaceva.
La vita, in fondo, è fatta così: un continuo andare, restare, ripartire.
E in quel movimento, Matteo — il ragazzo che ero, e che stavo ancora diventando — sentiva di crescere ogni giorno un po’ di più.
