13 – Van Gogh

Capitolo 13 — La materia

Paesi Bassi, 1881–1883

Nei Paesi Bassi Vincent non cerca ancora la luce.
Cerca la materia.

Non i colori che vibrano,
ma il peso delle cose.

I primi tentativi a olio non arrivarono come una conquista.
Non furono un salto.
Non furono un’illuminazione.

Arrivarono come una fatica.
Una di quelle fatiche che non fanno rumore,
ma restano addosso come polvere.

Il colore non obbediva.
Era denso, lento, testardo.
Non seguiva la mano.
Non scivolava come il disegno.

Con la matita poteva correggere.
Con il carboncino poteva tornare indietro.
Con l’olio no.

Ogni gesto restava.

E restare, per lui, era la cosa più difficile.


Nella primavera del 1881 Vincent van Gogh non tornò a casa.
La casa dell’infanzia era rimasta a Zundert, insieme ai ricordi e a un tempo che non esisteva più.

I genitori si erano spostati.
Il padre, pastore protestante, veniva mandato dove serviva.
Le parrocchie cambiavano.
Le stanze cambiavano.

Così Vincent raggiunse i genitori a Etten-Leur.

Arrivò come uno che chiede ospitalità.

Aveva quasi trent’anni,
ma dentro si sentiva più giovane e più stanco di prima.

Aveva provato troppe strade.
Mercante d’arte.
Insegnante.
Predicatore.

Ogni volta qualcosa si era rotto.

Ora non cercava più una vocazione.
Cercava solo di restare in piedi.


Etten non prometteva nulla.

Strade basse.
Fango dopo la pioggia.
Campi piatti, senza orizzonte.
Case scure.
Finestre piccole.

La luce non cadeva mai davvero:
sembrava trattenuta.

All’inizio lo irritava.
Poi capì che quella povertà visiva era una forma di sincerità.

Non c’era niente da abbellire.
Solo da guardare.


Cominciò con le cose più vicine.

Una sedia.
La sedia della cucina, graffiata, sbilenca.

La guardò come si guarda una persona.

Poi il tavolo.
Le tazze sbeccate.
Gli zoccoli accanto alla porta.

Oggetti che nessuno avrebbe dipinto.

Ed era proprio per questo che li voleva.

Non cercava soggetti importanti.
Cercava presenza.

Cose che pesassero.


Poi arrivarono le mani.

Le mani dei contadini, viste la domenica all’uscita dalla chiesa.
Nodose, screpolate, dure come corteccia.

Mani senza grazia.
Mani di resistenza.

Ed era quella che voleva.


Le prime tele furono scure.
Brune.
Terrose.

Il colore non veniva steso:
veniva spinto.

Premuto contro la tela,
come terra contro terra.

Guardandole non si respirava.
Non c’era aria.

Sembravano quadri scavati più che dipinti.

Eppure sentiva che doveva passare da lì.

Come attraversare il fango
prima di raggiungere l’asciutto.


Non cercava la luce.
La luce gli sembrava una promessa troppo facile.

Cercava il peso.

Voleva che le cose stessero in piedi da sole.

Passava ore davanti alla tela.
Guardava l’olio cambiare lentamente.
Asciugare.
Diventare crosta.

Capì che l’olio non era solo colore.

Era tempo.

Un tempo che non poteva essere forzato.


Quella lentezza lo irritava e lo calmava insieme.

Era costretto a restare.
A guardare davvero.
A non scappare.

La pittura diventò una forma di resistenza.

Resistere all’errore.
Resistere alla goffaggine.
Resistere alla voglia di buttare via tutto.

Molte sere si sentiva incapace.

Ma il giorno dopo tornava.

Sempre.

Perché almeno lì non stava fingendo.

Stava lavorando.

E il lavoro, anche quando falliva,
lo teneva intero.


Dopo mesi capì che non bastava soffrire.
Bisognava imparare.

Così lasciò il Brabante e si spostò a L’Aia.

La città lo spaventò.

Troppa gente.
Troppi rumori.
Troppi pittori veri.

Atelier pieni di odore di olio e trementina.


Finestre alte.
Tele grandi appoggiate ai muri.

Per la prima volta qualcuno guardava il suo lavoro senza indulgenza.

«Troppo pesante.»
«Troppo scuro.»
«Non respira.»

All’inizio faceva male.

Poi capì:

quella durezza non era disprezzo.
Era rispetto.

Lo trattavano come uno che poteva migliorare.

Era la prima forma di fiducia vera.


L’acquerello lo costrinse alla leggerezza.

Non poteva coprire.
Non poteva correggere.
Non poteva nascondere.

Ogni errore restava.

Era crudele.
Ma giusto.

Imparò a guardare prima di toccare.
A fermarsi.
A togliere invece di aggiungere.


Quando tornò all’olio, qualcosa era cambiato.

Non combatteva più la materia.
La ascoltava.

Strato su strato.
Lento.


Un giorno, lavorando su un interno povero, accadde qualcosa di piccolo.

Non un miracolo.
Non una rivelazione.

Solo lavoro.

Il tavolo davanti a lui era sempre lo stesso.
Lo aveva già dipinto altre volte.
Male.

Quella mattina non cercava niente.
Insisteva.

Passava il colore piano.
Lo tirava.
Lo toglieva con lo straccio.

Finché lasciò una parte più sottile.

E lì successe.

Il bordo del tavolo non pesava più.

Respirava.

Non una luce forte.
Non un effetto.

Solo aria.

Restò fermo.
Il pennello sospeso.

Non aveva aggiunto.
Aveva tolto.

Forse il colore non andava dominato.

Forse andava lasciato accadere.


Rimase lì a lungo.

Per la prima volta la materia non era un peso.

Era tempo.
Respiro.


Ma anche la città, a poco a poco, divenne stretta.

Troppo rumore.
Troppi discorsi.

Si parlava di carriera.
Lui continuava a pensare alle mani dei poveri.

Sentiva di star imparando a dipingere.

Ma non ancora a vivere.

Dentro restava una mancanza.

Un vuoto che la tecnica non poteva riempire.


Gli mancava un peso vero.

Qualcosa che non fosse studio.
Non fosse esercizio.

Qualcosa che entrasse nella stanza senza bussare
e gli impedisse per sempre di restare spettatore.

Non lo sapeva ancora.

Ma la vita stava già camminando verso di lui.

Con passi stanchi.


Avrebbe avuto un nome semplice.

Sien.

Non teoria.
Non pittura.

Vita.

Con lei Vincent avrebbe visto la povertà da vicino,
non più come soggetto,
ma come presenza.

Una stanza fredda.
Un corpo stanco.
Un bambino che piange.

La miseria non era più nei campi lontani.

Era nella stanza.
Seduta accanto al tavolo.


E capì che la pittura non poteva più restare studio.

Doveva diventare testimonianza.

Terra.
Corpi.
Mani.


Anni dopo, in una cucina buia, cinque persone si sarebbero sedute attorno a un tavolo.
Avrebbero mangiato patate.
E la luce sarebbe arrivata da una sola lampada.

Ma quella storia non era ancora cominciata.

Per ora c’erano solo
la materia,
la fatica,
e un nome.

Sien.


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