Quando bastava la cenere per sentirsi ricchi

Non servivano timer.
Non servivano pentole d’acciaio.
E nemmeno ricette scritte.
Serviva solo il camino acceso.
Da ragazzi si faceva così, con una semplicità quasi geniale:
l’uovo infilato piano tra la brace, coperto di cenere e carbone come un piccolo tesoro nascosto. Poi si aspettava. Senza minuti contati. Si andava a occhio, a istinto, a memoria.
La cenere non bruciava.
Accarezzava.
Cuoceva lenta, dolce, come fanno le cose fatte con pazienza.
Ogni tanto qualcuno smuoveva la brace con il ferro, controllava. L’uovo usciva sporco, nero fuori, ma perfetto dentro. Il guscio si incrinava con un colpetto e il tuorlo restava morbido, caldo, vivo.
Pane duro abbrustolito sul fuoco.
Un pizzico di sale.
E via.
Altro che colazione gourmet.
Era una cucina povera, sì.
Ma aveva una cosa che oggi si compra raramente: il tempo.
Il tempo di stare davanti al fuoco.
Di parlare poco.
Di aspettare che qualcosa fosse pronto davvero.
Forse per questo quell’uovo sapeva di più.
Sapeva di casa.
Di inverno.
Di mani sporche di cenere e risate lente.
Non era solo cibo.
Era un rito.
— Il Sognatore Lento
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