
La tavola di San Silvestro
Così piccola che, se allungavi il braccio, quasi toccavi il muro.
Eppure, quella sera, sembrava più grande del paese intero.
La stufa respirava piano.
Il coperchio della pentola tremava per il bollore.
Il vetro della finestra era appannato, come se anche lui volesse restare dentro.
La moglie di Vito si muoveva tra tavolo e fornelli con gesti rapidi, abituati.
Francesca sistemava i piatti.
Uno diverso dall’altro.
Sbeccati, qualcuno.
Ma puliti.
Lucidi.
Antonio li guardava come se fossero porcellana fine.
Perché non era il piatto che contava.
Era il posto.
E il suo posto… c’era.
Proprio tra lo zio e Francesca.
«Siediti» disse Vito. «Qui non siamo in chiesa.»
Antonio obbedì.
Pane sempre caldo.
Tagliato grosso, con la crosta dura che scricchiolava sotto il coltello.
La mollica fumava ancora.
Ognuno ne prese una fetta senza chiedere permesso.
Il pane veniva prima di tutto.
Sempre.
Poi arrivò la zuppa.
La moglie di Vito portò la zuppiera con due mani, appoggiandola al centro del tavolo come fosse una cosa preziosa.
Fagioli, patate, un po’ di brodo scuro.
Denso.
Sostanzioso.
Il cucchiaio restava quasi in piedi.
«Mangiate finché è caldo» disse.
E la rimetteva sul fuoco ogni volta che qualcuno allungava il piatto.
Come se il calore non dovesse finire mai.
Dopo la zuppa venne il salame.
Tagliato spesso.
Fette larghe, irregolari.
Di quelle che non si contano.
Profumava di cantina e pepe nero.
Poi il formaggio.
Duro, stagionato.
La crosta scura, il cuore giallo.
Sapeva di tempo.
Di pazienza.
Di mesi passati ad aspettare.
E quando ormai la fame vera era passata, arrivò la carne.
La padella nera sfrigolava ancora.
Salsicce rosolate, lucide di grasso buono.
Vito le tagliò con attenzione, distribuendo i pezzi uguali.
«A fine anno la carne non deve mancare» disse.
«Sennò l’anno nuovo entra magro.»
Qualcuno rise.
Ma nessuno lo prese in giro.
Erano cose che si dicevano sul serio.
Poi, quasi alla fine, come un lusso inatteso, arrivarono le arance.
Francesca le sbucciò piano.
La buccia si apriva in una spirale sottile, continua, senza spezzarsi.
L’odore dolce riempì la stanza.
Un odore pulito.
Di sole lontano.
Di inverno che per un attimo si arrende.
Le divise in spicchi, uno per ciascuno.
Con attenzione.
Come se stesse contando qualcosa di prezioso.
Antonio guardava le sue mani lavorare.
Piccole.
Svelte.
Sicure.
Quando gli porse lo spicchio, le dita gli sfiorarono il palmo.
Appiccicose di succo.
Calde.
«Tieni» disse.
Una parola soltanto.
Ma detta piano.
Come se fosse solo per lui.
Antonio morse l’arancia.
Il succo gli pizzicò la lingua.
Dolce, vivo.
Non ricordava l’ultima volta che aveva mangiato un frutto così.
Gli sembrò quasi una festa dentro la bocca.
Poi arrivarono i biscotti secchi.
Duri, semplici.
Un po’ storti.
Fatti in casa.
La madre li rovesciò in un piatto di latta.
«Attenti ai denti» disse ridendo.
Vito ne prese uno e lo tuffò nel vino.
«Così diventano buoni pure questi.»
Lo zio fece lo stesso.
Antonio li imitò.
Il biscotto si ammorbidì, si scurì di rosso, quasi si sciolse.
Sapeva di poco.
Ma quel poco bastava.
Cose normali.
Cose da niente.
Ma messe in quell’ordine, su quella tavola,
sembravano il cenone di un grande ristorante.
Solo che lì nessuno serviva.
Nessuno pagava.
E nessuno restava solo.
Ognuno allungava la mano.
Ognuno divideva.
Un pezzo in meno per sé, uno in più per l’altro.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Francesca raccolse le bucce d’arancia nel grembiule.
Le mani profumavano ancora di agrumi.
Si sedette di nuovo accanto ad Antonio.
Vicini.
Così vicini che le spalle quasi si toccavano.
Per un attimo nessuno dei due parlò.
Dal tavolo arrivavano le voci di Vito e dello zio, basse, lente.
La madre sistemava i piatti.
Rumori piccoli.
Di casa.
Francesca spezzò un biscotto a metà.
Gliene porse un pezzo.
«Prendi.»
Antonio lo prese.
«Grazie.»
«Sei stanco?»
«Un po’.»
«Si vede.»
«Così tanto?»
Lei sorrise.
«Solo quando non parli.»
Antonio abbassò lo sguardo.
«Qui… mi passa.»
«Cosa?»
Lui ci pensò.
Poi disse piano:
«La fatica.»
Francesca non rispose subito.
Guardava le sue mani, appoggiate sul tavolo.
Poi, quasi sottovoce:
«Allora vieni più spesso.»
Una frase semplice.
Buttata lì.
Ma dentro c’era tutto.
Antonio sentì il cuore fare un colpo secco.
«Se mi invitate…»
Lei fece un mezzo sorriso.
«Non serve invitarti.»
Le loro dita si sfiorarono.
Non si cercarono.
Successe e basta.
Rimasero così.
Un attimo più del necessario.
Fuori scoppiò un petardo lontano.
Qualcuno gridò per strada.
La notte si muoveva.
Francesca alzò gli occhi verso l’orologio appeso al muro.
Le lancette quasi attaccate.
«Quasi mezzanotte…» sussurrò.
Le parole caddero leggere.
La stanza rallentò.
Vito smise di parlare.
Lo zio si raddrizzò sulla sedia.
La madre spense il fuoco sotto la pentola.
Anche la stufa sembrò crepitare più piano.
Come se pure il tempo
si fosse fermato un momento
a guardare quella tavola.
Antonio respirò fondo.
Sentiva il calore della spalla di Francesca accanto alla sua.
E non si mosse.
Aspettò.
Nessuno parlava più.
Si sentiva solo il respiro della stufa.
E il vetro della finestra che ogni tanto ticchettava per il freddo.
Vito si alzò piano.
La sedia strisciò sul pavimento.
Prese la bottiglia di spumante dal centro del tavolo.
La sollevò contro la luce della lampadina.
Le bollicine salivano lente, testarde.
Come se anche loro avessero fretta di arrivare in alto.
Da dietro la madre spuntò la sorellina più piccola.
Silenziosa fino a quel momento.
Con le trecce un po’ storte e il grembiulino troppo grande.
Stringeva ancora mezzo biscotto in mano.
Gli occhi spalancati.
«Papà… adesso scoppia?» chiese piano.
Vito la guardò.
Il viso duro gli si sciolse in un attimo.
«Solo un pochino» disse.
«Non avere paura.»
Lei si avvicinò a Francesca e le prese la mano.
Antonio la guardò.
Pensò che in quella casa non mancava davvero niente.
Girò il tappo.
Piano.
Con rispetto.
Per un secondo non successe niente.
Poi—
pop.
Un colpo secco.
Pulito.
La bambina fece un saltello e si nascose dietro la sorella.
Tutti risero.
Una risata corta.
Buona.
Di quelle che tolgono la tensione.
La schiuma uscì lenta dal collo della bottiglia.
«Non sprechiamo niente» borbottò Vito, asciugando con il palmo.
Versò con attenzione.
Uno allo zio.
Uno alla moglie.
Uno a Francesca.
Uno ad Antonio.
Uno per sé.
Poi guardò la piccola.
«E per te…»
Prese un bicchierino basso.
Ci versò solo un dito d’acqua con un goccio di vino, appena a sporcarla di rosa.
«Così brindiamo tutti.»
Lei lo prese seria, come fosse una cosa importante.
Seduta dritta sulla sedia.
Fiera.
Vito restò in piedi.
Guardò il tavolo.
La sua famiglia.
Gli ospiti.
Il pane rimasto.
La stufa.
Tutto.
Come se volesse fissarlo nella memoria.
Si grattò la barba.
«Non so fare discorsi» disse.
«Però… che l’anno nuovo sia meno cattivo di quello vecchio.»
Lo zio alzò il bicchiere.
«E che torniamo a casa ogni sera.»
La moglie fece il segno della croce.
«E salute. Basta quella.»
La bambina copiò il gesto senza capire.
Francesca guardò Antonio.
Piano.
Solo lui.
«Auguri.»
Antonio sentì il vetro freddo tra le dita.
La spalla di Francesca contro la sua.
La risata della bambina.
Il caldo della stufa.
Casa.
«Auguri» disse.
I bicchieri si toccarono.
Anche quello piccolo.
Un tlin leggero.
Quasi invisibile.
Ma il più vero di tutti.
Fuori qualcuno gridò:
«Buon anno!»
Un petardo esplose lontano.
La neve continuava a cadere.
Indifferente.
Dentro, invece, il tempo fece un passo avanti.
Silenzioso.
Moriva il 1947.
Nasceva il 1948.
E Antonio capì che, finché esistevano tavole così,
mani che si cercavano,
bambini che ridevano per un tappo che salta,
forse il mondo
non poteva essere poi così duro.
Fuori era ancora inverno.
Ma dentro, piano,
era già primavera.
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