
In alto c’è la strada.
Il rumore secco degli scudi, la rabbia che si accende, la paura che corre più veloce delle parole.
Manifestanti e polizia si fronteggiano come se tutto iniziasse lì, in quell’istante.
Ma sotto, lontano dalla polvere e dai manganelli, c’è un’altra scena.
Comoda. Calda. Protetta.
Il fuoco non è spontaneo.
Viene alimentato. Soffiato. Amplificato.
Con microfoni, hashtag, dichiarazioni calibrate, indignazioni a orologeria.
La piazza diventa strumento.
Lo scontro diventa linguaggio.
L’emergenza diventa capitale politico.
E mentre qualcuno paga il prezzo in strada,
altri misurano il consenso attorno a un falò che non scalda il popolo,
ma chi lo osserva da lontano.
Perché spesso il problema non è chi scende in piazza.
È chi, seduto altrove, decide quanto deve bruciare.
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