Vota secondo coscienza. Il resto è rumore.

C’è una cosa semplice che stiamo dimenticando.

Il referendum non è una guerra.
Non è una resa dei conti.
Non è l’ultima battaglia per salvare o distruggere la Repubblica.

È una scheda.
Una matita.
Una scelta.

Tutto il resto è rumore.

In queste settimane stiamo assistendo all’ennesima stagione della paura bipartisan.
Da una parte si grida al pericolo per la democrazia.
Dall’altra si parla di liberazione storica e fine di un sistema malato.

Sembra sempre l’ultima occasione.
Sembra sempre che dopo non ci sia più ritorno.

Ma la realtà è molto meno teatrale.

Il cittadino va al seggio, entra in cabina, vota secondo coscienza.
E torna a casa.

Non cambia la pensione.
Non aumenta lo stipendio.
Non si alleggerisce il carrello della spesa.
Non sparisce il mutuo.

Si decide un assetto istituzionale.
Importante, certo.
Ma non apocalittico.

Il problema non è il referendum.
Il problema è la narrazione.

La politica ha bisogno di tensione.
Ha bisogno di mobilitare.
Ha bisogno di dividere.

La paura funziona.
Spinge a votare.
Spinge a schierarsi.
Spinge a reagire di pancia.

Ma la democrazia adulta non si nutre di paura.
Si nutre di responsabilità.

Votare non significa tifare.
Non significa odiare l’altra parte.
Non significa sentirsi salvatori o traditori.

Significa assumersi una scelta personale.

Il referendum è uno strumento.
Non è un’arma.

Quando la propaganda diventa più forte del contenuto, vuol dire che qualcuno sta parlando più per sé che per i cittadini.

E allora la risposta più semplice è anche la più forte:

Vai a votare.
Vota sì.
Vota no.
Vota secondo coscienza.

Senza lasciarti spaventare.
Senza farti arruolare.
Senza sentirti parte di un’epopea.

Perché la democrazia non è il rumore dei talk show.
È il silenzio della cabina elettorale.

E lì dentro non entra nessuna propaganda.

Entra solo la tua coscienza.

Il resto è teatro.
E il teatro serve alla politica.
Non ai cittadini.


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