
Capitolo 17 – Quando l’inverno comincia a salutare
a stagione stava cambiando passo.
Non succedeva all’improvviso.
Nelle località di montagna la fine dell’inverno arrivava piano, quasi senza farsi notare.
La neve sulle piste era ancora buona, ma non era più quella dei mesi più freddi. Il sole restava più alto nel cielo e nel pomeriggio la luce diventava più morbida.
Anche l’albergo sembrava accorgersene.
Le giornate continuavano a essere piene di lavoro, ma qualcosa nell’aria faceva capire che il tempo della stagione stava lentamente scivolando verso la fine.
I clienti cambiavano.
Non erano più quelli delle vacanze di Natale o del Carnevale. Arrivavano sciatori dell’ultimo momento, qualche famiglia che voleva ancora godersi la neve, coppie in cerca di tranquillità prima della primavera.
Il ritmo restava intenso, ma non aveva più la stessa corsa dei mesi precedenti.
Anche tra il personale si iniziava a parlare della fine.
Durante le pause, o la sera dopo il servizio, i discorsi tornavano sempre lì.
«Quanto manca alla chiusura?» chiedeva qualcuno.
Qualcun altro faceva i conti dei giorni.
E insieme a quei conti arrivava sempre la stessa domanda:
«E dopo… dove si va?»
Era la domanda che accompagna tutte le stagioni.
Perché quando una stagione finisce, la vita di chi lavora così ricomincia da capo.
Quella sera, dopo il lavoro, si ritrovarono in camera.
L’albergo era quasi silenzioso. Dal corridoio arrivava ogni tanto il rumore di qualche passo o di una porta che si chiudeva piano. Poi tornava la quiete.
Irene si sedette sul letto e si tolse lentamente le scarpe. Matteo si appoggiò alla sedia vicino alla finestra.
Per qualche minuto parlarono delle solite cose della giornata: un cliente un po’ esigente, una battuta di Marco in sala, Luca che come sempre riusciva a far ridere tutti.
Poi il discorso cambiò quasi da solo.
Matteo rimase un momento in silenzio, poi disse con semplicità:
«Io penso di tornare ad Alba Adriatica.»
Irene alzò gli occhi verso di lui.
«Davvero?»
Matteo fece un piccolo cenno con la testa.
«Sì… mi sono trovato bene. L’estate scorsa è andata bene, e penso che potrei tornarci.»
Poi la guardò.
«E tu invece? Torni giù a valle a fare la segretaria?»
Irene sorrise appena.
«Forse sì.»
Non lo disse con entusiasmo né con tristezza. Era semplicemente una possibilità tra le tante.
Per qualche secondo rimasero in silenzio.
Non era un silenzio pesante.
Era il tempo necessario per capire che, anche parlando del futuro, tra loro non cambiava nulla.
Irene si avvicinò un po’ di più e appoggiò la testa sulla sua spalla.
«Vedremo» disse piano.
Matteo le prese la mano.
«Vedremo.»
Rimasero ancora un po’ così, senza parlare.
Fuori il corridoio era ormai silenzioso.
Ogni tanto un passo lontano, poi niente.
Irene si alzò piano e si avvicinò alla finestra.
La aprì appena.
L’aria fredda entrò nella stanza.
«Senti?» disse piano.
Matteo si avvicinò.
Non si sentiva nulla.
Niente voci.
Niente rumori.
Solo la montagna.
Rimasero lì, uno accanto all’altra, a guardare il buio.
Era lo stesso silenzio che avevano imparato a riconoscere.
Quello che non pesa.
Quello che riempie.
Il lavoro continuava a riempire le giornate.
Le mattine restavano le più dure.
La sala della colazione si riempiva presto.
Tazze che si muovevano veloci, caffè che usciva continuo, cucchiaini che battevano contro il vetro.
«Due cappuccini!»
«Tre caffè!»
«Pane finito!»
Le voci si sovrapponevano.
Matteo si muoveva tra i tavoli senza fermarsi.
Ormai conosceva i tempi, i gesti, gli sguardi.
Bastava un attimo per capire cosa serviva.
Ogni tanto incrociava Irene.
Un sorriso veloce.
Uno sguardo.
Poi ognuno tornava al proprio ritmo.
Era così che funzionava.
La sera arrivava sempre all’improvviso.
Dopo ore passate a correre tra sala e bar, sembrava quasi irreale fermarsi.
Quella sera finirono più tardi del solito.
Gli ultimi clienti uscirono lentamente, qualcuno si attardava ancora al banco.
Poi anche le luci cominciarono a spegnersi, una alla volta.
Matteo si appoggiò un attimo al bancone.
Le mani ancora calde, il corpo stanco.
«È finita» disse Luca passando dietro di lui.
«Per oggi» rispose Matteo.
Irene arrivò poco dopo.
Si fermò davanti a lui senza dire niente.
Si guardarono.
Era quello sguardo che avevano imparato a riconoscere.
Stanchezza.
Complicità.
Qualcosa in più.
«Andiamo su?» disse lei piano.
Matteo annuì.
Salirono in camera senza fretta.
Il corridoio era silenzioso, solo qualche luce accesa e il rumore lontano di una porta che si chiudeva.
Dentro la stanza si fermarono.
Non c’era bisogno di parlare.
Si tolsero le scarpe, le giacche.
I movimenti erano lenti, naturali.
Come se tutto fosse già deciso.
Si sedettero sul letto.
Per qualche secondo rimasero così, uno accanto all’altra.
Poi Irene appoggiò la testa sulla sua spalla.
Matteo le prese la mano.
Fu un gesto semplice.
Ma pieno.
Si sdraiarono senza fretta.
Non c’era bisogno di correre.
Fu un momento loro.
Senza rumore.
Senza parole.
Solo presenza.
Quando rimasero in silenzio, uno accanto all’altra, fuori l’albergo continuava a respirare piano.
E dentro quella stanza, per un attimo, il tempo si fermò.
Ma ora, tra un turno e l’altro, si apriva qualche piccolo spazio.
E Matteo e Irene lo prendevano.
Ogni tanto scendevano a valle.
Partivano dopo la chiusura del bar, con la macchina che scivolava lungo la strada tra i boschi.
Le luci dei paesi comparivano una dopo l’altra mentre scendevano verso il fondovalle.
Arrivati giù si fermavano a cena in qualche trattoria semplice.
Un piatto caldo, un bicchiere di vino diviso in due, qualche risata.
Parlavano di tutto e di niente.
Era il loro modo per uscire da quel mondo chiuso dell’albergo.
Poi trovavano una piccola pensione.
Dormivano poche ore.
Quelle che bastavano per sentirsi liberi.
La mattina presto ripartivano.
Un caffè veloce.
Poche parole.
Poi di nuovo in macchina.
La strada che risaliva verso l’albergo aveva quell’aria fresca del mattino, con la montagna ancora silenziosa e la luce che lentamente tornava sulle cime.
Rientravano giusto in tempo per la colazione.
E nessuno faceva troppe domande.
Perché nella vita delle stagioni succede anche questo:
si lavora tanto,
ma ogni tanto si vive davvero.
E loro lo facevano.
Senza pensarci troppo.
Fuori, l’inverno stava lentamente cedendo il passo.
Le giornate si allungavano.
La luce cambiava.
La neve non aveva più lo stesso suono dei mesi più freddi.
Anche nell’aria si sentiva qualcosa di diverso.
Non era ancora primavera.
Ma la montagna sembrava prepararsi, piano piano, a lasciar andare l’inverno.
La stagione continuava con il suo ritmo.
Ma ormai si sentiva.
Tra il personale bastava poco:
qualche conto dei giorni,
qualche accenno al dopo.
Bastava quello.
Per capire che stava finendo.
E forse era proprio questo a rendere tutto più prezioso.
Undici inverni di distanza


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