18 – Undici inverni di distanza

Capitolo 18 – Il silenzio a duemila metri

Quando smetti di lavorare… e inizi davvero a vivere

Quel giorno erano di riposo entrambi.

La mattina si svegliarono senza fretta.

Niente orari. Niente turni
Niente colazioni da servire.
Nessuna corsa nei corridoi.

Solo silenzio.

Si prepararono con calma.
Un caffè, poche parole, uno sguardo che bastava.

Fu Irene a proporlo.

«Andiamo su alla baita.»

Matteo annuì senza pensarci troppo.

Lasciarono l’albergo mentre la giornata cominciava ad aprirsi.
L’aria era fresca, ma già diversa da quella dell’inverno pieno.

Salirono in macchina e raggiunsero il punto più alto possibile.

Poi si fermarono.

Da lì in poi si andava a piedi.

Il sentiero era ancora segnato dalla neve, ma qua e là affiorava la terra, qualche sasso, i primi segni di una stagione che stava cambiando.

Camminavano piano.
Senza fretta.

Ogni tanto si fermavano.

Non per stanchezza.
Per guardarsi intorno.

La montagna, a quell’ora, aveva un’aria diversa.
Più aperta.
Più vera.

A un certo punto, tra gli alberi, si mosse qualcosa.

Due caprioli.

Erano lì, a pochi metri.
Fermi.

Li guardarono in silenzio, senza muoversi.

Per qualche secondo il tempo sembrò fermarsi.

Poi, con un movimento leggero, sparirono nel bosco.

Senza rumore.
Come se quel silenzio appartenesse anche a loro.

Ripresero a camminare.

Quando arrivarono, la baita si aprì davanti a loro all’improvviso.

Il panorama era ampio, pulito, quasi irreale.
Le montagne si rincorrevano una dietro l’altra, e il cielo sembrava più vicino.

Irene aveva portato dei panini e qualcosa da bere.

Presero due sedie dalla baita e si sedettero fuori, al sole.

Era una bella giornata.

Ma non era quello a renderla speciale.

Era il silenzio.

Un silenzio assoluto.
Di quelli che impressionano.

Non c’erano voci.
Non c’erano rumori.

Solo la montagna.

E loro.

Non parlarono.

Non ce n’era bisogno.

Si sentivano solo i loro respiri.
Verso l’una Irene prese la borsa con i panini e due birrette.

Si sedettero fuori, al sole, con il panorama davanti e la montagna che sembrava non finire mai.

Mangiarono senza fretta.

Ogni tanto uno sguardo, un sorriso leggero, qualche parola detta piano.

Non serviva molto altro.

Il tempo sembrava fermarsi lì, sospeso tra il cielo e la neve che si scioglieva lentamente.

Quando il sole girò e l’aria cominciò a farsi più fresca, rientrarono in baita.

Dentro c’era quell’odore di legno che sa di rifugio, di cose semplici.

Si tolsero le giacche senza parlare.

I movimenti erano lenti, naturali.

Come se tutto fosse già deciso, senza bisogno di dirlo.

Si sdraiarono su una brandina.

Per un attimo rimasero lì, uno accanto all’altra.

A guardarsi.

Poi si avvicinarono.

Senza fretta.

Come se quel momento fosse l’unico che contava.

Si amarono con una naturalezza piena.

Senza gesti eccessivi.
Senza parole inutili.

C’era il calore dei corpi, il silenzio della baita, la luce che filtrava piano dalla finestra.

E fuori, la montagna.

Dentro, loro.

Quando si fermarono, rimasero vicini.

In silenzio.

Con quella sensazione di pienezza che non ha bisogno di spiegazioni.
Prima che facesse notte, si incamminarono per scendere.

Il sentiero era lo stesso dell’andata, ma sembrava diverso.
La luce stava cambiando, più morbida, più bassa.

Camminavano piano.

Non per stanchezza.
Per non rompere quel momento.

Raggiunsero la macchina mentre il cielo cominciava a scurirsi.

Salirono senza fretta.

La valle li aspettava.
La baita era sopra Canazei.

Scendendo, decisero di fermarsi lì.

Cenare.
E restare per la notte.
Canazei, nel cuore della Val di Fassa, è uno dei centri più vivi delle Dolomiti: punto di partenza per le montagne più spettacolari e crocevia di chi ama la neve d’inverno e i silenzi d’alta quota.

Di sera, tra luci calde e legno, conserva ancora quell’atmosfera di paese di montagna dove il tempo rallenta e ogni sosta diventa parte del viaggio.
Prima un aperitivo.
Poi cena, in un locale che Irene conosceva già.
La cena la scelse Irene.

Strangolapreti, gnocchi di pane e spinaci tipici della tradizione trentina.
Luganeghe fresche, poi formaggi.

E un Teroldego ad accompagnare tutto.
Dopo cena, Irene ebbe un’idea.

Lo disse così, senza pensarci troppo.

«Andiamo su al Passo Sella.»

Matteo la guardò un attimo, poi sorrise.

«Adesso?»

«Adesso.»

Non serviva altro.

Salirono in macchina e uscirono da Canazei.
Il paese era ancora acceso, le luci calde dei locali, qualche voce nelle strade.

Poi, curva dopo curva, tutto cominciò a restare indietro.

La salita era fatta di tornanti.

Ventitré, forse ventiquattro.
Numerati, uno dopo l’altro.

La strada si arrampicava per circa undici chilometri, con quasi ottocento metri di dislivello.
Dai 1.450 metri di Canazei fino ai 2.240 del passo.

Ogni curva apriva un pezzo di panorama in più.

Le luci della valle diventavano sempre più piccole.
Il buio più profondo.
L’aria più fredda.

Parlavano poco.

Non perché non avessero cose da dirsi.

Ma perché non serviva.
Arrivati in cima, scesero dalla macchina.

E in quel momento si aprì tutto.

Davanti a loro il Sassolungo, enorme, fermo, quasi irreale.
Le sue pareti scure si stagliavano contro il cielo, mentre il Gruppo del Sella chiudeva l’orizzonte.

La luce era quella della notte di montagna.
Pulita.
Fredda.
Quasi sospesa.

Non c’era rumore.

Solo un filo di vento.

E quel silenzio che non è vuoto, ma pieno.

Rimasero lì.

Senza parlare.

Uno accanto all’altra.

A guardare.

Perché davanti a certe cose le parole non servono.

Si resta.

E basta.
Dopo un lungo abbraccio, riscesero.

Verso la valle.
Verso Canazei.

E si fermarono in albergo per la notte.
La sveglia suonò presto.

Matteo aveva le colazioni.

Per qualche secondo rimasero fermi, senza parlare.

Quel momento sospeso tra il sonno e la realtà.

Poi tornò tutto.

La baita.
Il silenzio.
La notte al passo.
La strada.

Irene si mosse per prima.

Matteo la guardò.

Si prepararono in silenzio, lentamente.
Senza fretta.

Non servivano parole.

Uscirono.

Fuori l’aria era fresca, pulita.

La valle si stava svegliando.

Salirono di nuovo in macchina e ripresero la strada.

Curva dopo curva, la montagna tornava quella di sempre.
Le piste, gli alberghi, i primi movimenti della giornata.

Un altro giorno da incorniciare.
Di quelli che restano.
Che non passano.

Undici inverni di distanza



Commenti

2 risposte a “18 – Undici inverni di distanza”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Vedi perchè la IA è sciocca? Non capisce in memoria le tue istruzioni.

  2. Vedi perchè la IA è sciocca? Non capisce in memoria le tue istruzioni. dai spiegami così imparo qualche cosa di nuovo per favore.

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