L’Abruzzo che eravamo, l’Abruzzo che siamo

Non era una terra isolata.
Era un sistema.
L’Abruzzo che oggi perde abitanti, scuole e servizi,
nel Seicento muoveva milioni di animali ogni anno.
E non era tradizione.
Era economia.
Ogni autunno partivano.
Ogni primavera tornavano.
Non uno, non dieci, ma milioni di pecore lasciavano le montagne d’Abruzzo per scendere verso la Puglia.
Un movimento continuo, organizzato, regolato.
Un ritmo antico che non si improvvisava.
Quelle strade esistono ancora.
Non sono leggenda.
Si chiamano tratturi.
Il più importante era il Tratturo Magno:
oltre 240 chilometri di terra battuta, erba e passaggi obbligati.
Una linea precisa che collegava montagna e pianura.
Una vera autostrada, quando le autostrade non esistevano.
E non era solo una questione di spazio.
Era una questione di numeri.
Nel Seicento si stimano fino a 5 milioni e più di capi in movimento ogni anno.
Non in totale.
Ogni anno.
Con loro, migliaia di uomini.
Pastori, aiutanti, famiglie intere.
Un mondo che si spostava insieme agli animali.
Un’economia che camminava.
A regolare tutto non era il caso.
Era lo Stato.
Nel Quattrocento nasce la Regia Dogana della Mena delle Pecore di Foggia.
Un’istituzione che controllava rotte, pascoli, tasse.
Un sistema fiscale costruito attorno alla transumanza.
Uno Stato dentro lo Stato.
L’Abruzzo non era periferia.
Era la sorgente.
Dalle sue montagne partiva tutto.
La lana, prima di tutto.
Materia prima che alimentava mercati, botteghe, scambi.
Denaro.
Lungo quei percorsi nascevano economie locali.
Paesi, scambi, relazioni.
Quello che oggi chiamiamo “aree interne”
allora erano nodi centrali.
Poi qualcosa cambia.
Arrivano le ferrovie.
Arriva un’altra idea di economia.
Arriva la modernità.
E più avanti, la riforma agraria.
Gli equilibri si spezzano.
I tratturi restano.
Ma non servono più come prima.
Quello che per secoli era stato movimento,
diventa memoria.
E oggi?
Oggi parliamo di spopolamento.
Di paesi vuoti.
Di giovani che partono.
Ma la verità è più scomoda.
Non è la prima volta che questa terra si muove.
È la prima volta che non torna.
L’Abruzzo non era isolato.
Era collegato più di oggi.
Non era margine.
Era origine.
E forse il problema non è che è cambiato.
È che abbiamo smesso di capirlo.

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