Quando il tempo decide chi si salva

Sanità, emergenze e il diritto di vivere anche nelle montagne dimenticate

Ci sono notizie che durano un giorno.
E poi ci sono notizie che dovrebbero costringerci a riflettere per mesi.

Dopo l’attentato di Modena, in pochi minuti sul posto erano presenti ambulanze, automediche, mezzi di coordinamento e personale sanitario specializzato.
Una macchina dei soccorsi rapida, organizzata, efficiente.

Ed è giusto che sia stato così.

Ma mentre leggevo quei tempi di intervento, il pensiero è andato subito altrove.
È salito verso l’Appennino.
Verso i paesi delle aree interne.
Verso le montagne tra Abruzzo e Molise dove vivere sta diventando ogni anno più difficile.

Perché la domanda vera è semplice:

cosa accadrebbe oggi davanti a una maxi emergenza nel Medio-Alto Sangro?

Cosa succederebbe in territori come Montenerodomo, Gamberale, Pizzoferrato, Civitaluparella, Colledimacine, Torricella Peligna o nei piccoli comuni sparsi tra montagne, neve e strade tortuose?

La verità è che molti cittadini lo sanno già.

Sanno cosa significa aspettare un’ambulanza di notte.
Sanno cosa significa vedere partire un familiare verso un ospedale distante decine di chilometri.
Sanno cosa significa vivere con la paura silenziosa del “speriamo che non succeda nulla”.

Perché nelle aree interne italiane il problema non è soltanto lo spopolamento.

È il tempo.

Il tempo necessario per arrivare.
Il tempo necessario per intervenire.
Il tempo che separa una possibilità di salvezza da una tragedia.

E nelle emergenze il tempo non è un dettaglio.

È tutto.

La geografia della disuguaglianza

In teoria la sanità pubblica dovrebbe garantire uguali diritti a tutti i cittadini.

Ma la realtà racconta un’altra storia.

Chi vive in una grande città spesso ha:

  • più ospedali vicini;
  • pronto soccorso specializzati;
  • automediche;
  • elisoccorso più rapido;
  • personale numeroso;
  • tempi di intervento ridotti.

Chi vive in montagna invece convive con:

  • ospedali ridimensionati;
  • carenza di medici;
  • guardie mediche ridotte;
  • ambulanze senza medico a bordo;
  • chilometri di curve prima di raggiungere un pronto soccorso;
  • inverno, neve e ghiaccio che complicano tutto.

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo chiaramente:

non tutti oggi hanno le stesse possibilità di essere soccorsi in tempo.

Ed è una frase pesante.
Ma vera.

Il paradosso delle montagne dimenticate

Le aree interne italiane continuano a perdere abitanti da decenni.

I giovani partono.
Le nascite crollano.
Le scuole chiudono.
I servizi arretrano.

Eppure proprio questi territori ospitano una popolazione sempre più anziana, quindi più fragile e più bisognosa di assistenza sanitaria.

È il grande paradosso italiano.

Meno abitanti.
Ma più necessità.

E invece di rafforzare i servizi essenziali, spesso si è scelta la strada opposta:
tagli,
accorpamenti,
ridimensionamenti,
centralizzazioni.

Tutto in nome dei numeri.

Ma una montagna non può essere amministrata soltanto con un foglio Excel.

Perché qui le distanze non si misurano solo in chilometri.
Si misurano in minuti decisivi.

Un infarto in città non è un infarto in montagna

Detta così sembra brutale.

Ma è la realtà.

In una grande città un mezzo di soccorso può arrivare in pochi minuti.

In alcune zone montane invece bisogna:

  • trovare il mezzo disponibile;
  • percorrere strade strette;
  • affrontare neve o nebbia;
  • raggiungere case isolate;
  • trasferire il paziente verso ospedali lontani.

E ogni minuto cambia tutto.

Per questo chi vive nelle aree interne spesso sviluppa una mentalità diversa:
prudenza,
paura,
rassegnazione.

Molti anziani evitano persino di chiamare i soccorsi se non strettamente necessario.
Non perché stiano bene.
Ma perché sanno quanto sia complicato tutto il sistema.

Lo spopolamento non nasce solo dalla mancanza di lavoro

Per anni si è raccontato che i paesi si svuotano soltanto per motivi economici.

Non è vero.

La gente parte anche quando percepisce insicurezza.

Quando una giovane coppia capisce che:

  • la scuola rischia di chiudere,
  • il pediatra è lontano,
  • il pronto soccorso è distante,
  • i servizi diminuiscono,

inizia a pensare altrove il proprio futuro.

La sanità è anche una questione demografica.

Perché nessuno costruisce serenamente il domani in un territorio che teme di restare senza assistenza.

La montagna non chiede privilegi

Ed è importante chiarirlo.

Le aree interne non chiedono privilegi.

Chiedono dignità.

Chiedono il diritto di non sentirsi abbandonate.
Chiedono il diritto di vivere senza sentirsi cittadini secondari.
Chiedono il diritto ad avere almeno una rete minima di sicurezza.

Perché quando senti dire:
“tanto lì abitano pochi”
stai già accettando un principio pericoloso.

Quello secondo cui alcuni territori valgono meno di altri.

Il rischio più grave: abituarsi

Ma forse il problema più grande è un altro.

Ci stiamo abituando.

Ci stiamo abituando alle chiusure.
Ai servizi ridotti.
Alle file.
Alle attese.
Alle montagne considerate periferie inevitabili.

E quando una comunità si abitua a perdere pezzi di normalità, lentamente smette anche di pretendere futuro.

Le montagne non sono un peso morto

Eppure queste terre hanno dato moltissimo all’Italia.

Hanno dato:

  • emigranti che hanno costruito economie all’estero;
  • lavoratori;
  • allevatori;
  • agricoltori;
  • cultura;
  • tradizioni;
  • presidio del territorio;
  • memoria storica.

Senza le montagne, l’Italia perderebbe una parte enorme della propria identità.

E allora la vera domanda è:

quanto vale oggi la vita di chi sceglie di restare?

Conclusione

L’attentato di Modena ha mostrato quanto possa essere efficiente una macchina dei soccorsi quando esistono mezzi, uomini e strutture.

Ed è giusto riconoscerlo.

Ma quella notizia dovrebbe aprire anche una riflessione più scomoda.

Perché mentre alcune città riescono a garantire risposte immediate, esistono territori italiani dove l’emergenza continua a dipendere dalla distanza, dal meteo e, a volte, dalla fortuna.

E uno Stato moderno non dovrebbe permettere che il luogo in cui vivi possa influire così tanto sulle tue possibilità di sopravvivenza.

La montagna non chiede compassione.

Chiede soltanto di non essere dimenticata.

Forse è anche per questo che continuo a ripetere una frase semplice:

“Io non voglio il borgo. Io voglio il paese.”


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