
La partenza di Matteo da un piccolo borgo abruzzese verso un destino sconosciuto.
La piazza del paese non era grande, ma quel pomeriggio sembrava piena come nei giorni di festa. L’autobus che scendeva a valle era già fermo davanti alla piccola fermata, con il motore acceso e una sottile nuvola di fumo che usciva dallo scarico.
Matteo teneva la valigia stretta nella mano. Non era pesante, ma dentro c’era tutto ciò che possedeva per iniziare quella nuova vita.
Aveva quattordici anni.
Intorno a lui c’erano le persone che avevano sempre fatto parte della sua vita. La mamma gli sistemava il colletto della giacca come faceva quando era più piccolo. Cercava di sorridere, ma negli occhi le si leggeva qualcosa che non riusciva a nascondere.
«Mi raccomando, scrivi», disse piano.
Matteo annuì.
Accanto a lei il fratellino guardava la scena in silenzio. Non capiva fino in fondo cosa stesse succedendo, ma sentiva che qualcosa stava cambiando. Quando Matteo si chinò per abbracciarlo, il bambino strinse forte la sua giacca.
La zia, con il grembiule ancora addosso, continuava a ripetere le stesse raccomandazioni: mangiare quando poteva, coprirsi bene d’inverno, stare attento alle persone che non conosceva.
Gli amici erano lì poco più in là, vicino alla fontana della piazza. Cercavano di scherzare come facevano sempre, ma la voce tradiva una certa malinconia. Uno di loro gli diede una pacca sulla spalla.
«Quando torni raccontaci tutto.»
Matteo sorrise, ma dentro sentiva un nodo difficile da spiegare.
Lo zio osservava la scena in silenzio. Era stato lui ad accompagnarlo fino a lì e sarebbe rimasto con lui fino alla stazione di Pescara. Non parlava molto, ma la sua presenza era una sicurezza.
L’autista dell’autobus scese un attimo e guardò l’orologio.
«Si parte.»

Quelle due parole sembrarono più pesanti del previsto.
Matteo abbracciò ancora una volta la mamma. Poi salì sull’autobus insieme allo zio. Si sedette vicino al finestrino, tenendo la valigia sulle ginocchia.
Quando il motore riprese a rombare e l’autobus cominciò a muoversi lentamente, Matteo guardò fuori.
La mamma, la zia, il fratellino e gli amici erano ancora lì, in mezzo alla piazza, che salutavano con la mano.
La piazza diventò sempre più piccola.
Le case in pietra, il campanile, le strade dove aveva giocato da bambino… tutto sembrava scivolare lentamente all’indietro.
L’autobus cominciò a percorrere le strade sterrate che scendevano lungo il fianco della montagna. Le curve erano strette e tortuose e il paesaggio di colline verdi e boschi fitti accompagnava l’allontanarsi dal paese.
Mentre l’autobus scendeva verso la valle, il cuore di Matteo batteva sempre più forte.
Si stava allontanando dalla sua casa, dalla sua gente, dalla sua terra.
E non sapeva davvero cosa lo aspettasse.
Il viaggio fino a Pescara, sulla costa adriatica, durò diverse ore.
L’autobus scendeva lentamente lungo la strada che serpeggiava tra le montagne. Dai finestrini entrava l’odore dei boschi e della terra umida, lo stesso odore che Matteo aveva respirato per tutta la vita. Ogni curva sembrava allontanarlo un po’ di più dal suo paese.
Accanto a lui lo zio sedeva in silenzio. Ogni tanto si voltava verso Matteo.
«Stai tranquillo», disse a un certo punto. «Vedrai che andrà bene.»
Matteo annuì, ma dentro sentiva un miscuglio di emozioni. Era la prima volta che si allontanava così tanto da casa.

Con il passare delle ore il paesaggio cambiò lentamente. Le montagne si fecero più basse, i campi più larghi, le strade più dritte. Cominciarono a comparire sempre più automobili e camion.
Era il segno che stavano arrivando in città.
Quando l’autobus entrò a Pescara, il sole era già scivolato dietro l’orizzonte. Le luci dei lampioni illuminavano le strade e l’aria della sera portava con sé un odore diverso, quasi salmastro, che Matteo non era abituato a sentire.
La città gli sembrava enorme.
Scese dall’autobus con la sua valigia in mano e per un attimo rimase fermo a guardarsi intorno. C’erano troppe luci, troppe macchine, troppa gente. Tutto era diverso dal silenzio della sua montagna.
Lo zio gli fece cenno di seguirlo.
Attraversarono la piazza della stazione ed entrarono nell’edificio. Dentro c’era un continuo via vai di persone: chi partiva, chi arrivava, chi correva per non perdere il treno.
Matteo osservava tutto in silenzio.
Per lui era un mondo completamente nuovo.
Lo zio controllò i biglietti e lo accompagnò al binario giusto. L’attesa sembrò lunga. Matteo guardava i treni che arrivavano e partivano, ascoltava gli annunci dagli altoparlanti e osservava le persone attorno a lui.
Poi, finalmente, arrivò il loro treno.
Un lungo fischio riempì la stazione mentre il convoglio entrava lentamente nel binario. Le porte si aprirono e i passeggeri cominciarono a salire.
Matteo e lo zio salirono insieme.
Trovarono il loro posto in seconda classe. Matteo sistemò la valigia accanto al sedile e si sedette vicino al finestrino.
Il cuore gli batteva forte.
Il treno partì lentamente.
Le luci della stazione di Pescara cominciarono ad allontanarsi, diventando sempre più piccole fino a sparire nel buio della notte.
La strada verso Trento era lunga.
Matteo appoggiò la testa al finestrino e guardò il paesaggio scorrere nell’oscurità. Sentiva già la distanza dalla sua montagna, dalla sua casa, dal suo paese.
Accanto a lui lo zio restava seduto in silenzio.
La sua presenza rendeva quel viaggio meno spaventoso.
Matteo non sapeva esattamente cosa lo aspettasse.
Ma sapeva che quel treno stava portando la sua vita verso un futuro completamente nuovo.
Il convoglio scivolava nella notte con un ritmo regolare. Le ruote battevano sui binari con un suono continuo, quasi ipnotico. Dal finestrino si vedevano solo luci lontane che apparivano e sparivano nel buio della campagna.
All’inizio Matteo cercò di restare sveglio. Ogni tanto si sporgeva leggermente verso il vetro per guardare fuori, come se potesse riconoscere qualcosa nel paesaggio notturno. Ma dopo un po’ tutto sembrava uguale: campi, qualche casa isolata, stazioni illuminate che il treno attraversava senza fermarsi.
Lo zio sedeva accanto a lui.
Aveva tolto il cappotto e lo aveva piegato con calma sul sedile. Poi si era appoggiato allo schienale, con lo sguardo tranquillo di chi è abituato ai viaggi lunghi.
«È la prima volta che sali su un treno così lungo?» chiese a un certo punto.
Matteo fece un cenno con la testa.
«Sì.»
Lo zio sorrise appena.
«Ti abituerai. Quando viaggi per lavoro, i treni diventano quasi come una seconda casa.»
Matteo ascoltava in silenzio. Non aveva ancora capito bene cosa lo aspettasse a Trento. Sapeva soltanto che lì c’era il convitto, la scuola alberghiera e una vita completamente diversa da quella che aveva sempre conosciuto.
Ogni tanto il treno rallentava entrando in una stazione. Le porte si aprivano, qualcuno scendeva, qualcun altro saliva. Poi il convoglio riprendeva la corsa e tornava il rumore regolare delle ruote sui binari.
La notte avanzava.

Nel vagone alcune persone dormivano già. Un uomo seduto poco più avanti russava piano, mentre una donna cercava di sistemare una coperta sulle spalle del bambino che viaggiava con lei.
Matteo si appoggiò al finestrino. Il vetro era freddo.
Guardò lo zio.
«Secondo te… mi troverò bene?» chiese piano.
Lo zio non rispose subito. Restò qualche secondo a pensare, poi disse con calma:
«All’inizio sarà difficile. Tutto nuovo, gente che non conosci, regole diverse. Ma tu sei un ragazzo sveglio. Vedrai che imparerai in fretta.»
Matteo annuì.
Quelle parole non cancellavano del tutto la paura, ma gli davano un po’ di coraggio.
Dopo un po’ il sonno cominciò a farsi sentire. La stanchezza della giornata, i saluti al paese, il viaggio in autobus, tutte le emozioni accumulate sembravano pesare sulle palpebre.
Chiuse gli occhi per qualche minuto.
Nel dormiveglia gli tornarono alla mente immagini della sua casa: il camino acceso, la mamma in cucina, il fratellino seduto al tavolo con i quaderni aperti, lo zio che rientrava dal lavoro con le mani ancora sporche di calce.
Erano scene semplici, quotidiane.
Eppure ora gli sembravano lontanissime.
Il treno continuava a correre nella notte.
Ogni chilometro lo portava più vicino a Trento e più lontano dal suo paese.
Matteo riaprì gli occhi e guardò di nuovo fuori dal finestrino.
Il buio era ancora fitto, ma in lontananza, oltre le colline, si cominciava a intravedere una linea più chiara all’orizzonte.
L’alba non era lontana.

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Una risposta a “Episodio 1 – La valigia leggera”
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