Capitolo 3 – La famiglia De Thomasis: potere, cultura e memoria

Dopo il Medioevo

Dopo i secoli medievali, in cui Montenerodomo fu borgo di pastori e contadini legato ai tratturi, la storia del paese cominciò a intrecciarsi sempre più con quella delle grandi famiglie che ne segnarono il destino.
Il borgo, pur rimanendo piccolo e isolato, divenne centro di interessi nobiliari e civili. Accanto alla vita dura dei vicoli, emersero figure che portarono la voce del paese oltre i confini della Maiella.

In questa nuova fase, a dominare la scena furono due casati: i De Thomasis, documentati a Montenerodomo già dal Quattrocento, e, più tardi, i Croce, attestati dal Seicento. Due famiglie che, pur diverse per origini e inclinazioni, finirono per condividere lo stesso spiazzo, nel cuore alto del borgo, accanto alla chiesa di San Martino.


I palazzi nobiliari

“La piazza alta di Montenerodomo nell’Ottocento: la chiesa di San Martino al centro, il Palazzo De Thomasis accanto e il maestoso Palazzo Croce di fronte Il sognatore lento

“Giuseppe De Thomasis (1767–1830), giurista e riformatore: da Montenerodomo alle riforme del Regno di Napoli.”

La memoria architettonica racconta ancora oggi la loro presenza.

  • Il Palazzo De Thomasis, accanto alla chiesa di San Martino, era un edificio signorile in pietra, ampio e articolato, con numerose stanze distribuite su più piani. La sua ricca biblioteca lo rendeva un centro di sapere, raro in un contesto montano.
  • Il Palazzo Croce, posto di fronte, completava la scenografia della piazza. Anch’esso imponente, con sale di rappresentanza, archivi e oltre cento stanze, era simbolo della forza economica e culturale della famiglia.

Tra i due palazzi, la chiesa di San Martino fungeva da baricentro: religione, potere civile e cultura convivevano in pochi metri, quasi a raccontare la stratificazione della comunità. Le scalinate che salivano e scendevano dalla piazza davano al luogo un carattere di acropoli montana.


La famiglia De Thomasis

I De Thomasis furono la prima grande famiglia di Montenerodomo.
Giuristi e proprietari terrieri, seppero legare il proprio destino a quello del Regno di Napoli, ottenendo incarichi politici e amministrativi.
La loro influenza si estendeva oltre il borgo: dalle aule di tribunale alle riforme agrarie, il nome De Thomasis divenne sinonimo di autorevolezza.


Giuseppe De Thomasis: il riformatore

“Giuseppe De Thomasis (1767–1830), giurista e riformatore: da Montenerodomo alle riforme del Regno di Napoli.”

Il membro più illustre della famiglia fu Giuseppe De Thomasis (1767–1830).

Nato a Montenerodomo il 19 marzo 1767, figlio di Tommaso e Orsola Pizzala, ricevette i primi insegnamenti da istitutori privati. Proseguì gli studi a Sulmona e a Chieti, per poi trasferirsi a Napoli a soli sedici anni, dove si laureò in Giurisprudenza. Nonostante il successo accademico, abbandonò la professione di avvocato per dedicarsi agli studi di diritto, politica ed economia.

Con l’arrivo dei Napoleonici nel Regno di Napoli, la sua carriera assunse una dimensione nazionale:

  • 1806 – Sottintendente di Sulmona: promosse la riapertura del canale di bonifica di Corfinio.
  • 1807 – Intendente della Calabria Ultra.
  • 1809 – Commissario Ripartitore dei beni demaniali e feudali degli Abruzzi: eliminò abusi feudali e migliorò la vita dei coloni.
  • Fondò il Comune di Ateleta, esente da tasse, simbolo di un’idea nuova di giustizia sociale.

Stabilitosi a Chieti, consolidò la sua fama come riformatore, ma presto fu chiamato a Napoli, dove ricoprì cariche prestigiose: Consigliere della Gran Corte di Cassazione, Procuratore Generale della Gran Corte dei Conti, Intendente di Capua.
Nel 1820–21, inviato in Sicilia, riformò l’amministrazione isolana, guadagnandosi la stima del re. Tornato a Napoli, divenne Ministro della Marina e degli Affari Interni ed Ecclesiastici, fino al fallimento della rivoluzione del 1821.


L’uomo di cultura

Non solo politico, Giuseppe fu anche uomo di lettere.
Scrisse opere di diritto, di economia e di amministrazione, ma anche traduzioni, poemetti, odi e saggi.
La sua produzione spaziava dai Rapporti del Ministro della Marina ai saggi sull’agricoltura meridionale, fino a traduzioni di Voltaire e Molière.
La sua poliedricità dimostra una mente aperta, capace di coniugare il rigore delle leggi con la leggerezza della poesia.

Il testo più caro al borgo resta “Sulla terra di Montenerodomo in Abruzzo”, pubblicato postumo nel 1919 negli Atti dell’Accademia Pontaniana grazie a Benedetto Croce. Fu un modo per restituire al paese natale un legame con il suo figlio più illustre.


Un’eredità che resta

Giuseppe De Thomasis morì a Napoli il 10 settembre 1830. Ma la sua eredità continua a vivere:

  • nei ruderi del palazzo che dominava la piazza alta,
  • nei documenti che testimoniano il suo impegno riformatore,
  • nella memoria collettiva di Montenerodomo, che riconosce in lui un esempio di come anche i piccoli borghi possano generare uomini destinati a incidere sulla storia nazionale.

I Croce: un dialogo tra famiglie

Accanto ai De Thomasis, dal XVII secolo si affermarono i Croce, anch’essi notabili e proprietari.
Il loro palazzo, di fronte alla chiesa di San Martino, era non meno imponente.
Mentre i De Thomasis brillavano nel campo delle riforme e del diritto, i Croce si distinsero nel tempo per cultura e memoria, fino a dare all’Italia, nel Novecento, la figura di Benedetto Croce.

Così, la piazza alta di Montenerodomo divenne simbolo di un dialogo tra famiglie: due casati che, pur distinti, rappresentavano insieme il cuore civile e culturale del borgo.


Conclusione

Il dopo-Medioevo di Montenerodomo non fu solo fatto di pastori e contadini, ma anche di palazzi, biblioteche, giuristi e riformatori.
I De Thomasis e i Croce incarnarono due modi diversi ma complementari di vivere la nobiltà: l’uno attraverso le riforme e la politica, l’altro attraverso la memoria e la cultura.

Se Juvanum ci parla dell’antichità e il Medioevo della resilienza, le famiglie nobili ci raccontano di un borgo che seppe produrre figure di rilievo, capaci di guardare oltre la montagna e incidere nella grande storia del Regno di Napoli e dell’Italia.

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