Da Roma a Parigi, il vizio è lo stesso: non mollare mai la sedia

C’è chi pensa che l’attaccamento alla poltrona sia un vizio esclusivamente italiano, un difetto nazionale che accompagna i nostri politici come la retorica da comizio o il taglio del nastro davanti a ogni opera pubblica. E invece no: la poltrona, simbolo eterno di potere, privilegi e resistenza al cambiamento, non conosce confini.
Lo dimostra la Francia di Emmanuel Macron, oggi al centro di critiche simili a quelle che da decenni risuonano in Italia. Se da noi la frase “non si molla la poltrona” è diventata un tormentone, oltralpe le accuse parlano di un presidente che vuole restare sempre e comunque al centro della scena, nonostante stanchezza popolare, proteste e crisi di consenso.
Il valore simbolico della sedia
Che sia di velluto rosso “Made in Italy” o di pelle blu “Made in France”, poco importa. La poltrona resiste più dei partiti, più delle ideologie e spesso anche più dei governi stessi. È un trono che muta colore ma non sostanza: basta cambiarne il rivestimento, e il gioco ricomincia.
In Italia assistiamo da anni al fenomeno del politico “eterno”: cambiano i simboli, si sciolgono i partiti, ma lui o lei resta saldo in Parlamento o nei palazzi locali. In Francia, con un sistema presidenziale, il discorso è diverso ma l’effetto simile: il leader si fa garante indispensabile, colui che non può essere sostituito, pena il caos.
Poltrone senza confini
La verità è che la poltrona è più internazionale di quanto pensiamo. Non ha bisogno di passaporto né di visti: viaggia da Roma a Parigi, da Madrid a Berlino, fino a Bruxelles. In ogni Paese ha la stessa funzione: ricordare che, per molti politici, la priorità non è il bene comune ma la durata del proprio sedile.
E intanto i cittadini? Restano spettatori, a volte rassegnati, a volte indignati. Loro sì che viaggiano, emigrano, cambiano città o lavoro. La poltrona no: resta, immobile, pronta ad accogliere chiunque sappia aggrapparvisi con abbastanza forza.
Morale
Che sia Roma o Parigi, la poltrona è sempre più resistente della politica. E finché i popoli lo tollereranno, il vizio resterà: senza confini, senza lingua, senza vergogna.