
Introduzione
Il fascismo cambiò il volto dell’Italia, ma nei piccoli borghi dell’Appennino il suo impatto fu diverso rispetto alle città.
Montenerodomo, come tanti paesi del Medio Sangro, visse il Ventennio in una dimensione sospesa: lontano dalle adunate oceaniche e dai grandi cantieri, ma pur sempre sotto lo sguardo vigile del regime.
Qui la vita rimase soprattutto rurale, segnata da silenzi, obblighi calati dall’alto e da una quotidianità che continuava a scorrere con il ritmo antico delle stagioni.
La propaganda nei borghi
Il fascismo arrivò anche nei vicoli di Montenerodomo.
Nelle scuole comparvero i ritratti del Duce, appesi sopra le lavagne come una presenza costante. Accanto, i gagliardetti, le frasi solenni, gli slogan imparati a memoria più per obbligo che per convinzione.
I bambini furono arruolati nei Balilla e nelle Piccole Italiane: indossavano divise spesso adattate in casa, cucite dalle madri con quello che c’era, e sfilavano in piazza in file ordinate, sotto lo sguardo degli adulti.
Le adunate erano piccole, quasi raccolte.
La piazza non era quella delle grandi città, ma uno spazio familiare, dove tutti si conoscevano. E proprio per questo ogni gesto sembrava ancora più osservato, più controllato.
Non erano le folle di Roma.
Non c’erano le grandi coreografie, né l’entusiasmo gridato delle manifestazioni ufficiali.
Erano cerimonie semplici, a tratti forzate, fatte di saluti ripetuti, canti imparati senza convinzione, discorsi ascoltati più per dovere che per partecipazione.
Eppure, anche in quella dimensione ridotta, il messaggio era chiaro.
Il regime voleva esserci.
Voleva entrare nelle scuole, nelle piazze, nelle abitudini quotidiane.
Voleva essere visto, riconosciuto, accettato.
Anche nei paesi più isolati, anche tra le case di pietra e i vicoli stretti, dove la vita sembrava scorrere lontana dalla storia, il fascismo cercava di lasciare un segno.
Un segno che non sempre si traduceva in consenso, ma che riusciva comunque a imporsi come presenza.
La vita contadina sotto il regime
Dietro la scenografia, la vita rimaneva quella di sempre.
All’alba, prima ancora che il sole toccasse le montagne, le case si svegliavano nel silenzio.
I contadini uscivano con gli attrezzi sulle spalle, diretti verso campi spesso lontani e poco generosi. La terra si lavorava a mano, con fatica, stagione dopo stagione, senza certezze.
I pastori seguivano le greggi lungo i pendii e i tratturi, affrontando freddo, vento e solitudine.
Era una vita fatta di passi lenti, di attese, di giorni tutti uguali e tutti necessari.
Le donne reggevano tutto il resto.
Casa, figli, animali, orto.
Impastavano il pane, cucivano vestiti, rattoppavano, conservavano.
Spesso erano loro il vero centro della famiglia, silenziose ma indispensabili.
Le direttive di Roma arrivavano lontane, ma pesavano.
Si traducevano in tasse difficili da sostenere, in prezzi imposti che non tenevano conto della realtà dei campi, nella scarsità crescente di beni essenziali come sale, olio, zucchero, stoffa.
Nulla veniva sprecato.
Ogni cosa si riutilizzava, si aggiustava, si adattava.
Il regime parlava di “ruralizzare l’Italia”, come se fosse un progetto da realizzare.
Ma a Montenerodomo la ruralità non era un’idea politica.
Era la vita stessa.
Dura, concreta, inevitabile.
Una vita che non aveva bisogno di essere celebrata nei discorsi, perché esisteva già, ogni giorno, tra fatica e dignità.

Emigrazione frenata, ma non spenta
Il fascismo tentò di frenare l’emigrazione, temendo di svuotare i paesi.
Ma non riuscì mai a fermarla davvero.
Anche da Montenerodomo si partiva.
A volte con documenti regolari, più spesso in silenzio, affidandosi a strade non ufficiali, verso l’America o verso altri paesi europei.
Partire non era una scelta leggera.
Era necessità.
Chi restava viveva in famiglie numerose, dove spesso erano i nonni a tenere insieme tutto, mentre i padri erano lontani.
Le case erano piene, ma mancava sempre qualcuno.
L’assenza diventava una presenza costante.
Si misurava nei giorni che passavano, nelle stagioni che cambiavano, nelle lettere attese.
Le lettere dall’estero arrivavano lentamente, lette e rilette più volte, condivise con i vicini, conservate come oggetti preziosi.
Dentro c’erano poche parole, ma un mondo intero: lavoro, fatica, nostalgia, speranza.
Così il paese viveva sospeso tra chi partiva e chi aspettava.
E l’emigrazione, anche quando ostacolata, continuava a essere l’unica vera strada possibile per immaginare un futuro diverso.
Il controllo politico
Anche nei paesi più piccoli non mancava il segretario del fascio locale, incaricato di vigilare sulle iscrizioni, sulle adunate, sulla presenza del regime nella vita quotidiana.
Non era sempre una figura apertamente osteggiata.
Più spesso veniva tollerata, accettata per necessità, inserita dentro gli equilibri del paese.
Tutti sapevano chi era.
E tutti sapevano che era meglio non esporsi.
Nei vicoli si imparò presto un’arte sottile: quella del silenzio.
Parlare poco, pesare le parole, evitare certi discorsi.
La politica non si discuteva apertamente.
Non nei bar, non in piazza, non davanti agli altri.
Sopravviveva altrove.
Nei bisbigli, negli sguardi, nelle frasi lasciate a metà.
E in quel silenzio, più che nelle parole, si capiva davvero il clima del tempo.
Le promesse mancate
Il regime prometteva nuove strade, scuole, infrastrutture.
Prometteva progresso, collegamenti, futuro.
A Montenerodomo arrivò poco.
Qualche tratto di strada rattoppato alla meglio, interventi minimi che duravano il tempo di una stagione, piccoli lavori più simbolici che reali.
Nulla che cambiasse davvero la vita del paese.
Nulla che rompesse il suo isolamento.
Le montagne restavano un confine.
Le distanze, una condizione.
Un’attesa sospesa
Gli anni Trenta portarono con sé la retorica dell’autarchia.
Raccolte di ferro, oggetti consegnati “per la patria”, tessuti poveri al posto delle stoffe, surrogati al posto dei prodotti veri.
Anche nei borghi queste pratiche arrivarono, ma senza enfasi.
Erano gesti ripetuti più per dovere che per convinzione, inseriti in una quotidianità che continuava a scorrere lenta, uguale a se stessa.
Si viveva in una specie di attesa.
Non dichiarata, ma presente.
Il tempo sembrava fermo, sospeso tra ciò che era sempre stato e qualcosa che ancora non si vedeva, ma si intuiva.
Poi arrivò il 1940.
Con l’ingresso dell’Italia in guerra, quell’equilibrio fragile si spezzò.
Anche Montenerodomo, fino ad allora rimasto ai margini, venne trascinato dentro un vortice più grande di lui.
E da quel momento, nulla sarebbe più stato lo stesso.
Conclusione
Il Ventennio fascista a Montenerodomo non fu scandito da grandi eventi, ma da piccole imposizioni e lunghi silenzi.
Un tempo sospeso, in cui la vita quotidiana continuava a scorrere sotto l’ombra di un potere lontano, ma presente.
Nessun entusiasmo reale.
Nessuna resistenza aperta.
Solo un’attesa lenta, quasi rassegnata.
Un’attesa che, senza farsi vedere, preparava qualcosa di più grande.
Qualcosa che avrebbe cambiato tutto.
E quel cambiamento avrebbe avuto il volto della guerra.
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