C’era una volta, a Montenerodomo, il Club

il Veglione di fine anno.
Un gruppo di ragazzi, alla fine degli anni Sessanta, decise di non aspettare che le cose accadessero da sole. Decise di crearle. Non per mettersi in mostra, non per distinguersi, ma per fare comunità.

Il Club nacque così: con poche risorse, molta volontà e un’idea semplice ma rivoluzionaria per un piccolo paese di montagna — stare insieme. Fu una svolta più che positiva per Montenerodomo, perché introdusse un modo nuovo di vivere il tempo libero, la cultura, la festa. Tutto era pensato per coinvolgere chiunque, senza barriere, senza esclusioni.

Tra le tante iniziative che il Club organizzava, ce n’era una che più di tutte rappresentava quello spirito: il Veglione di fine anno.

Oggi il Capodanno è diventato altro. Si va fuori, nei ristoranti, nei locali, nelle città più grandi — Roma, Pescara, altrove. Anche questo rito, piano piano, sta lasciando i paesi. Si parte, si consuma una serata, si rientra. Spesso senza incontrare davvero nessuno.

Negli anni Settanta, invece, il Veglione era del paese.

Non iniziava la sera, ma nel pomeriggio.
Il Club organizzava sempre una recita, preparata con cura, mai improvvisata. Non era un riempitivo, ma un momento culturale vero: testi pensati, prove, attenzione ai contenuti. La sala si riempiva, la gente ascoltava, partecipava. Era cultura popolare, fatta con rispetto e serietà.

Poi arrivava la sera.
La musica. Il ballo. La festa.

La sala diventava un luogo vivo: giovani, adulti, anziani, famiglie. Tutti insieme. Si ballava senza imbarazzo, senza palchi separati, senza spettatori passivi. Chi sapeva ballare guidava, chi non sapeva imparava sul momento. Nessuno restava fuori.

Durante la serata c’erano anche le gare di ballo. Niente di ufficiale, niente giurie importanti. Erano gare spontanee, nate più per ridere che per vincere. L’unico premio vero era l’applauso degli altri, il sorriso condiviso, la sensazione di far parte di qualcosa.

E poi arrivava il momento atteso da tutti: l’estrazione della riffa.
Biglietti scritti a mano, numeri chiamati ad alta voce, premi semplici ma desiderati. Una bottiglia, un dolce, un piccolo oggetto. Quando usciva un numero, la sala si fermava un attimo, e qualcuno si alzava tra applausi e battute. Anche quello era stare insieme.

E poi… e poi si continuava.
Si rimetteva il disco sul giradischi. Si ballava ancora. Si parlava. Si rideva. Senza fretta. Senza l’ansia di dover andare altrove. Perché tutto era già lì.

Il costo era minimo. Ognuno metteva una piccola quota, alla portata di tutti. E se avanzava qualche spicciolo — cosa che spesso accadeva — non si disperdeva. Serviva per comprare dischi in vinile, per migliorare l’impianto, per organizzare la prossima iniziativa. Ogni cosa tornava alla comunità.

Il Veglione del Club non era solo una festa di fine anno.
Era un modo di vivere il paese.
Un modo di crescere insieme.
Un modo di sentirsi parte di un noi.

Oggi forse abbiamo più luci, più offerte, più possibilità.
Ma allora avevamo qualcosa che oggi manca spesso: la presenza.

C’era una volta, a Montenerodomo, il Club.
E non era nostalgia.
Era comunità in movimento.

Un ricordo che profuma di comunità e condivisione.
A Montenerodomo, tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta, il Club fu molto più di un semplice gruppo di ragazzi: fu una vera svolta sociale e culturale per il paese. Tra le tante iniziative, il Veglione di fine anno rappresentava il momento più atteso, una festa aperta a tutti, fatta di recite pomeridiane, musica, balli e partecipazione collettiva, organizzata con poche risorse ma con grande entusiasmo. Un tempo in cui divertirsi significava stare insieme, e ogni piccolo contributo serviva a costruire qualcosa per tutta la comunità.

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