
L’ultimo dell’anno non è solo una data sul calendario.
È una linea di confine.
Da una parte ci sono i brindisi, i botti, l’euforia programmata.
Dall’altra c’è chi resta in corsia, con una divisa addosso, a misurare il tempo in minuti che possono cambiare una vita.
Lavorare al pronto soccorso la notte di Capodanno non è una sfortuna.
È una necessità.
Qualcuno deve esserci quando il corpo cede, quando la paura prende il sopravvento, quando una scelta sbagliata presenta il conto.
Quello che pesa davvero, però, non è il turno.
È il perché di molti accessi.
Non il malore imprevedibile.
Non l’incidente inevitabile.
Ma l’effetto diretto dell’irresponsabilità.
Alcol oltre ogni limite.
Guida senza lucidità.
Eccessi cercati come se la realtà fosse un videogioco con il tasto “reset”.
La convinzione, mai detta ma sempre presente, che “tanto poi ci sono i medici”.
Ecco il nodo.
Quel “tanto” è un trasferimento di peso.
La leggerezza di qualcuno diventa il carico di qualcun altro.
In pronto soccorso, in certe notti, non arrivano solo feriti.
Arrivano decisioni sbagliate.
Arrivano scelte fatte senza pensare alle conseguenze.
Arriva l’idea che la responsabilità sia facoltativa.
Chi lavora in corsia non giudica.
Non è lì per fare morale.
Fa il proprio dovere, sempre.
Ma questo non significa non sentire la stanchezza morale di dover rimettere insieme ciò che si è rotto per scelta, non per destino.
Mentre fuori si festeggia l’inizio di un nuovo anno, dentro si gestiscono conseguenze.
Si stabilizza.
Si decide.
Si tiene insieme competenza, sangue freddo e umanità.
Si assorbono paura, rabbia, pretese.
Si lavora, mentre altri dimenticano.
Non c’è eroismo in tutto questo.
C’è professionalità.
C’è senso del limite.
C’è responsabilità.
Ed è forse questa la frattura più evidente di certe notti:
chi lavora perché sa che qualcuno deve farlo,
e chi arriva perché ha creduto di poter fare qualunque cosa senza pagarne il prezzo.
Il Capodanno passerà.
Le luci si spegneranno.
Le foto sui social resteranno.
In corsia resterà altro:
la consapevolezza che ogni scelta ha un costo
e che troppo spesso quel costo viene scaricato su chi, invece, non ha scelto di essere irresponsabile.
L’anno prossimo fate una cosa semplice.
Festeggiate, se volete.
Brindate pure.
Ma se proprio non riuscite a essere responsabili,
almeno mettetevi tutti malati a casa vostra.
Perché il pronto soccorso non è l’appendice delle vostre scelte sbagliate.
È l’ultimo argine.
E non dovrebbe pagarlo sempre qualcun altro.
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