Infanzia, adolescenza e vita di un uomo prima del mito.

Capitolo 3 – Lontano da casa

Zevenbergen, 1864
Vincent aveva undici anni quando lasciò Zundert.
Non abbastanza grande per capire davvero cosa stesse perdendo,
non abbastanza piccolo per non sentirlo.
Il collegio di Zevenbergen non arrivò come una punizione,
ma come una decisione necessaria,
presa dagli adulti con parole ordinate
e accolta da lui in silenzio.
Quel giorno imparò che si può partire
anche senza voler andare.
Il collegio aveva un odore diverso da casa.
Di legno consumato, di inchiostro, di cera stesa sui pavimenti.
Un odore che non accoglieva,
ma teneva insieme.
Le stanze erano grandi,
ma impersonali.
I letti allineati come frasi uguali.
Gli orari appesi alle pareti,
più visibili delle persone.
Vincent imparò presto che lì
non si chiedeva chi fossi,
ma se rispettavi il tempo.
Ci si alzava tutti insieme.
Si mangiava tutti insieme.

Si studiava tutti insieme.
Anche il silenzio aveva un momento preciso in cui doveva cadere.
Per un bambino abituato a osservare da solo,
quella vita comune non era conforto.
Era esposizione.
Non era infelice.
Ma era costantemente presente a sé stesso,
come chi cammina in un luogo nuovo
senza sapere dove appoggiare davvero i piedi.
La sera, quando le voci si abbassavano,
sentiva la distanza.
Non come nostalgia rumorosa,
ma come una mancanza sottile,
che non cercava parole.
Scriveva poco.
Pensava molto.
E imparava, senza saperlo,
che si può essere circondati
e sentirsi comunque soli.
La disciplina non era crudele.
Era regolare.
E proprio per questo, difficile da aggirare.
Vincent non faticava a obbedire.
Faticava a coincidere.
Il ritmo comune gli passava accanto senza davvero prenderlo.
Faceva ciò che era richiesto,
ma sempre con un leggero ritardo interiore,
come se una parte di lui restasse indietro a guardare.
I compagni lo notavano poco.
Non era tra i più vivaci,
né tra i più fragili.
Stava in mezzo,
in quella zona che non attira attenzioni
e non suscita protezione.
A volte qualcuno gli parlava.
Più spesso no.
E Vincent imparò che la solitudine,
quando non è scelta,
diventa una postura.
Camminava molto, anche lì.
Nei cortili, nei corridoi,
seguendo traiettorie che nessuno aveva tracciato.
Non per ribellione,
ma per trovare un margine in cui respirare.
La sera, prima che il silenzio diventasse obbligo,
si sedeva sul letto
e lasciava che i pensieri si posassero.
Non tornavano a casa.
Non ancora.
Restavano sospesi,
come se anche loro stessero imparando
a stare lontani.
Fu in quei giorni che Vincent capì una cosa semplice e dura:
che crescere, a volte,
significa adattarsi a un luogo
che non ti assomiglia.
E continuare,
nonostante questo,
a restare fedele a ciò che senti.
A Zevenbergen non accadde nulla che meritasse di essere raccontato.
Ed è per questo che lasciò un segno.
Vincent non fu punito.
Non fu umiliato.
Non fu escluso apertamente.
Fu semplicemente lasciato a sé stesso
dentro una struttura che funzionava.
Il collegio chiedeva disciplina e la otteneva.
Ma non chiedeva presenza.
E Vincent, che di presenza ne aveva fin troppa,
cominciò a ritrarsi.
Scrisse pochissimo in quel periodo.
Non perché non avesse pensieri,
ma perché non trovava un luogo dove posarli.
Le lettere, che più tardi sarebbero diventate rifugio,
non erano ancora una casa.
Studiava.
Camminava.
Osservava.
La domenica, quando tornava a Zundert,
il viaggio non era un ritorno.
Era una sospensione breve.
La casa non era più del tutto sua,
il collegio non lo era mai stato.
Questo doppio non-luogo
lo costrinse a una solitudine nuova:
non quella dell’infanzia,
ma quella di chi ha già conosciuto il distacco.
A Zevenbergen Vincent imparò una cosa che non avrebbe più dimenticato:
che esistono ambienti corretti
in cui si può comunque
sentirsi fuori posto.
E che la sofferenza, quando non trova parole,
scende più a fondo.
Negli ultimi mesi a Zevenbergen,
Vincent smise di aspettarsi qualcosa.
Non che avesse rinunciato.
Aveva solo capito che quel luogo non avrebbe cambiato forma per lui.
E allora fu lui a ridursi,
a entrare negli spazi senza urtarli,
a passare come passano le cose che non chiedono attenzione.
I giorni si somigliavano tutti.
Le lezioni, i pasti, le preghiere.
Anche le stagioni sembravano scorrere senza lasciare traccia.
L’inverno non era freddo,
la primavera non era promessa.
Vincent diventò più silenzioso.
Non chiuso: contenuto.
Come se avesse imparato a stare dentro di sé
per non disperdersi.
Non strinse amicizie vere.
Qualche nome, qualche volto,
ma nulla che restasse.
E forse non lo cercava nemmeno più.
Scriveva poco.
Pensava molto.
E soprattutto osservava:
gli adulti che facevano funzionare il collegio,
i ragazzi che imparavano a somigliarsi,
sé stesso che, lentamente, imparava a resistere.
Quando gli dissero che sarebbe andato a un’altra scuola,
più grande, più distante,
Vincent non reagì.
non reagì.
Non con gioia,
non con timore.
Accolse la notizia come si accoglie
una nuova distanza.
Zevenbergen non gli aveva dato nulla da portare via.
Ma gli aveva insegnato qualcosa di essenziale:
che si può attraversare un luogo intero
senza lasciarvi impronte visibili.
E che, a volte,
la prima vera prova della vita
non è soffrire apertamente,
ma restare
dove non si è attesi.
Zevenbergen non lasciò ricordi da raccontare.
Non un volto preciso,
non una scena da trattenere.
Lasciò un’abitudine nuova:
quella di non aspettarsi risposta.
Vincent tornò a casa diverso,
ma non visibilmente.
Più composto.
Più distante.
Come se avesse imparato che si può attraversare un luogo
senza essere davvero accolti.
Il collegio non lo aveva spezzato.
Lo aveva preparato.
Preparato a stare solo
anche in mezzo agli altri.
Preparato a reggere ambienti corretti
che non fanno spazio a chi sente troppo.
Zevenbergen finiva lì.
Senza clamore.
Come era cominciata.
Il resto —
la disciplina più dura,
la scuola più grande,
la distanza che aumenta —
sarebbe arrivato dopo.
Per ora bastava questo:
un bambino che ha capito
che crescere
significa, a volte,
imparare a resistere in silenzio.

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