
Ci sono territori che non hanno bisogno di slogan.
Basta guardarli nel tempo.
La Val di Sangro è uno di questi: una valle che, nel giro di pochi decenni, ha cambiato volto più volte, senza mai smettere di chiedersi chi fosse davvero.
Atto primo – Anni ’70: la terra che dava lavoro
Negli anni Settanta la valle era fatta di pesche, pomodori, tabacco, fatica quotidiana e stagioni che si riconoscevano dal cielo.
Non era un Eden, ma era un sistema coerente: chi lavorava la terra sapeva perché lo faceva e per chi.
Il reddito era incerto, ma il legame con il territorio era solido.
La valle produceva cibo e identità.
Atto secondo – Anni ’90: l’industria che prometteva futuro
Poi arrivarono i capannoni.
La produzione di massa, le catene di montaggio, i turni, i piazzali pieni di furgoni.
La SEVEL e Honda diventarono il nuovo orizzonte.
Niente più frutta nei campi: solo Ducati che uscivano in fila, uno dietro l’altro.
Per molti fu riscatto, per altri necessità.
La valle smise di sporcarsi di terra e cominciò a sporcarsi di olio industriale.
Il lavoro aumentò, la dipendenza anche.
Atto terzo – Futuro prossimo: ritorno o caricatura?
Oggi lo scenario è più fragile.
Si parla di transizioni, di cali produttivi, di riconversioni.
E allora l’immagine diventa satira:
al posto delle fabbriche, un caseificio “Val di Sangro”,
intorno pecore che pascolano tra i capannoni rimasti.
Non è nostalgia.
È una domanda.
Stiamo tornando alla terra perché abbiamo scelto un modello diverso
o perché non sappiamo più cosa fare di quello che avevamo costruito?
La vignetta non giudica
La vignetta non accusa.
Non idealizza il passato e non demonizza l’industria.
Mostra solo una verità scomoda:
quando un territorio cambia troppo in fretta,
rischia di non riconoscersi più in nessuna delle sue fasi.
La Val di Sangro non ha bisogno di slogan verdi o industriali.
Ha bisogno di una visione che tenga insieme lavoro, territorio e dignità.
Il resto, prima o poi, diventa solo scenografia.
✍️ Il Sognatore Lento
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