
Raccontare Gabriele D’Annunzio oggi
non è un esercizio di nostalgia
né un atto di recupero letterario.
È un gesto necessario.
Viviamo in un tempo in cui le parole tornano a contare.
In cui il linguaggio costruisce appartenenze,
plasma identità,
giustifica poteri.
D’Annunzio è stato uno dei primi a mostrare
quanto la parola possa diventare azione.
Quanto possa fondare comunità emotive.
Quanto possa trasformare il sogno in consenso.
Ma è stato anche uno dei primi
a pagare il prezzo di questa potenza.
La sua parabola insegna che il mito,
se non è attraversato dal dubbio,
diventa gabbia.
Che la bellezza, se non incontra la responsabilità,
può farsi complice.
Raccontarlo oggi significa sottrarlo
alle letture pigre,
alle semplificazioni comode,
alle appropriazioni interessate.
Non per salvarlo.
Non per distruggerlo.
Ma per comprenderlo.
Perché ogni epoca produce i suoi D’Annunzio:
figure capaci di affascinare,
di incendiare,
di trascinare.
Capire lui
significa capire qualcosa di noi.
E finché il rapporto tra parola e potere
resterà una questione aperta,
anche questo racconto
non potrà dirsi davvero concluso.

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