
Le settimane passavano.
La primavera lasciava spazio ai primi caldi di giugno.
Si parlava già di ferie.
Antonio pensava di tornare a casa insieme allo zio.
Era un pensiero che gli faceva bene.
Il lavoro procedeva senza intoppi.
Con il veterinario si era creato un vero sodalizio: ogni volta che arrivava alla stalla, faceva chiamare Antonio.
«Dov’è l’italiano?» chiedeva sorridendo.
Antonio osservava, ascoltava, imparava.
Anche con Francesca le cose andavano bene.
Forse anche troppo.
C’era complicità.
C’erano sguardi.
C’erano silenzi pieni.
Ma Antonio sentiva che non bastava più.
Dentro di lui cresceva un pensiero insistente:
Bisogna fare un passo avanti.
Subito dopo, però, arrivava il dubbio.
Ho un lavoro, sì. Ma non ho una casa. Non ho risparmi sufficienti. Che cosa posso offrire davvero?
Eppure qualcosa bisognava fare.
Non poteva restare sospeso.
Una sera di giugno andò a prendere Francesca.
Lei stava quasi finendo lo stage.
Camminavano verso casa quando Antonio rallentò il passo.
«Francesca… voglio parlarti di noi.»
Lei lo guardò, incuriosita.
«Dimmi.»
Antonio prese fiato.
«Io… vorrei, se tu sei d’accordo… andare a casa tua e chiedere ai tuoi genitori di potermi fidanzare con te.»
Francesca si fermò.
Lo guardò.
Poi scoppiò a ridere.
Non per scherno.
Per dolcezza.
«Finalmente ti sei deciso! Ma cosa aspettavi?»
Antonio si fece serio.
«Aspettavo di sentirmi sicuro. Ho un lavoro, sì. Ma niente casa. Niente soldi veri. Non so cosa posso offrirti.»
Francesca lo ascoltò senza interromperlo.
Quando finì, scosse la testa.
«Antonio, non è un problema. Le nozze possono aspettare. Ma se ci fidanziamo, è diverso.»
«Diverso come?»
«Più libertà. Più rispetto. Possiamo uscire insieme senza che la gente parli. Possiamo divertirci un po’, come è giusto alla nostra età.»
Antonio la guardò.
In quelle parole non c’era leggerezza.
C’era concretezza.
Francesca gli prese la mano.
«Io non ti chiedo una casa adesso. Ti chiedo di essere serio. E tu lo sei.»
Il sole stava scendendo dietro i tetti.
Antonio sentì che il peso che portava dentro si alleggeriva.
Non serviva avere tutto.
Serviva avere intenzione.
«Allora domani parliamo con tuo padre.»
Francesca sorrise.
«Domani.»
E quella sera, per la prima volta, Antonio non pensò a quello che non aveva.
Pensò a quello che stava costruendo.
Tornato a casa, Antonio trovò lo zio seduto al tavolo, con la radio bassa e le mani ancora sporche di lavoro.
«Allora?» chiese lo zio senza alzare troppo la voce.
Antonio si sedette e raccontò tutto.
Della decisione.
Della risposta di Francesca.
Dei suoi dubbi.
Quando finì, lo zio rimase in silenzio qualche secondo.
Poi disse le stesse parole che aveva detto Francesca.
«Non è un problema.»
Antonio lo guardò.
«Allora sono io che non capisco niente…»
Lo zio sorrise.
«No. Sei troppo serio.»
Fece una pausa.
«Ci vuole anche un pizzico di incoscienza. In questi casi non guasta.»
Antonio abbassò lo sguardo, mezzo imbarazzato.
«Domani sera vengo anch’io,» continuò lo zio. «Così facciamo festa. È sabato. Domenica non si lavora.»
Antonio aggrottò la fronte.
«Ma non devo avvisare prima i miei?»
Lo zio scosse la testa.
«No. Domani si va. Intanto prepara la lettera.»
«Che cosa scrivo?»
«Scrivi che hai conosciuto una ragazza italiana. Che l’intento è quello di fidanzarti. Però per adesso non c’è niente di certo. Così sei a posto. Poi, quando torniamo a casa per le ferie, dirai tutto. Porterai le foto.»
Le foto.
Quelle parole fecero sorridere Antonio.
Significava che la cosa stava diventando vera.
Quella notte prese carta e penna.
Scrisse:
«Ho conosciuto una ragazza italiana…»
Si fermò.
Sorrise.
La primavera stava diventando estate.
E per la prima volta, il futuro non faceva paura.
Il giorno dopo, alla stalla, Antonio girava come sempre.
Controllava i recinti.
Passava tra gli animali.
Dava indicazioni agli operai.
Ma chi lo conosceva bene capiva subito che qualcosa era diverso.
Federico, il siciliano, lo osservò un paio di minuti.
Poi gli si avvicinò.
«Antonio… tutto a posto?»
«Sì, sì,» rispose lui troppo in fretta. «Ho solo qualche preoccupazione.»
Federico sorrise.
«Preoccupazione di lavoro o di cuore?»
Antonio non rispose.
E Federico capì.
A tarda mattinata arrivò anche Franz per il solito giro.
Vide Antonio camminare avanti e indietro nel cortile.
«Antonio.»
Si fermarono vicino al recinto appena sistemato.
«Hai problemi? Qualcosa non va con il lavoro?»
«No, no, Franz. Il lavoro non potrebbe andare meglio di così. Tutto fila liscio. Gli operai delle altre stalle mi rispettano.»
Franz annuì.
«Lo so. Ma allora che c’è?»
Antonio fece un mezzo sorriso.
«Non è per il lavoro. È che questa sera devo andare a casa di Francesca e chiedere ai genitori di potermi fidanzare con lei.»
Franz alzò le sopracciglia.
«E tu hai paura?»
«Un po’.»
Franz gli diede una pacca sulla spalla.
«Tu non hai avuto paura della galleria. Non hai avuto paura del ferro. E hai paura di chiedere una ragazza?»
Antonio sorrise.
«È diverso.»
«Sì. È più serio.»
Poi aggiunse:
«Se lei ti ha scelto, metà lavoro è fatto.»
Franz restò qualche secondo a guardarlo.
Poi disse:
«Anzi, vieni con me. Andiamo.»
Antonio lo guardò sorpreso.
«Dove?»
«Sali in macchina.»
Si fermarono davanti a una gioielleria.
Antonio si irrigidì.
«Franz… io non ho soldi.»
«Ma io sì. Te li scalo piano piano.»
Entrarono.
«Non devi portare l’anello questa sera,» spiegò Franz. «Vai solo a chiedere se puoi uscire con la figlia. Ma un piccolo regalo per lei… è giusto.»
Scelsero un bracciale.
Semplice. Elegante.
Franz disse al gioielliere:
«Incidete: Antonio e Francesca.»
Antonio guardò quelle parole incidere il metallo.
Per la prima volta i loro nomi erano insieme.
Uscirono.
«Non è finita,» disse Franz.
Un maglione per Vito.
Una camicetta per la madre.
Cioccolatini per la sorellina.
Antonio era sopraffatto.
«Franz…»
«Zitto,» disse lui sorridendo.
Poi aggiunse:
«E se vuoi, dimmi a che ora vai. Vengo a salutarti e mi presenti il tuo futuro suocero.»
Antonio lo abbracciò.
Un abbraccio vero.
«Ti sarò sempre debitore.»
Franz rise.
«No. Siamo a posto.»
Lo riportò a casa.
Antonio guardava il pacchetto sulle ginocchia.
Non era solo un bracciale.
Era un gesto di fiducia.
E quella sera, quando avrebbe bussato alla porta di Vito, non sarebbe stato solo.
Valigie di cartone – Il sognatore lento
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