
Dal Mediterraneo ai Caraibi, il turismo ideologico cambia destinazione
C’è una forma di turismo che non compare nei cataloghi delle agenzie di viaggio.
Non ha villaggi vacanze, non ha pacchetti all inclusive, e soprattutto non ha stagioni.
È il turismo ideologico.
Funziona più o meno così: quando nel mondo esplode una crisi internazionale, una parte dell’opinione pubblica occidentale sente il bisogno improvviso di partire. Non sempre fisicamente, ma almeno mediaticamente. Si viaggia tra hashtag, bandiere, manifestazioni e dichiarazioni solenni.
Per un periodo la meta principale è stata Striscia di Gaza.
Bandiera giusta, slogan pronti, indignazione calibrata.
Poi, come accade con tutte le destinazioni turistiche, arriva il momento del cambio stagione.
Ed ecco che all’orizzonte compare una nuova meta: Cuba.
Un’altra rivoluzione, un altro simbolo, un altro viaggio morale da raccontare.
Naturalmente nessuno lo chiama turismo.
Si parla di solidarietà, missioni, convogli, impegno internazionale.
Parole importanti, che però a volte sembrano seguire le stesse logiche delle vacanze estive:
quando una destinazione perde visibilità, se ne trova subito un’altra.
Il mondo, nel frattempo, resta complicato.
Le guerre non finiscono perché qualcuno cambia slogan.
Le crisi non si risolvono perché si cambia bandiera.
Ma una cosa è certa:
il turismo ideologico non conosce bassa stagione.
Cambiano solo le destinazioni.
Chiusura satirica
Prima Gaza.
Adesso L’Avana.
Il calendario delle vacanze rivoluzionarie è sempre aggiornato.

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