
Capitolo 5 – Ti devo dire delle cose
La sera, finito il servizio in discoteca, Matteo avrebbe voluto passare da lei.
Solo per sentire.
Solo per capire.
Ma decise di andare a dormire.
Meglio aspettare il giorno dopo.
Meglio non sembrare impaziente.
Il giorno dopo approfittò del pomeriggio per andare a sciare. Natale arrivava e poi, fino alla Befana, sarebbe stato impossibile ritagliarsi del tempo.
Le piste erano perfette.
Il cielo limpido, la neve compatta.
Scese più volte, quasi a voler scaricare la tensione.
Di rientro, come sempre, passò dal bar.
Salutò tutti.
E naturalmente Irene.
«Ci vediamo dopo il servizio» disse lei.
«Certamente» rispose Matteo. «Intanto tu prova gli esercizi, così ti porti avanti.»
Lo disse con naturalezza, come sempre.
Dentro, però, c’era quel pensiero fisso.
Ti devo dire delle cose.
Durante il servizio restò concentrato.
Ma ogni volta che la direttrice si avvicinava temeva che lo chiamasse all’ultimo momento.
Arrivò la fine del turno.
Matteo andò dritto da lei.
La trovò sola.
Sara non c’era.
Aveva l’accappatoio, senza foulard, di colore rosa.
Il bianco le stava meglio, pensò Matteo.
«Allora, sei pronta?» disse.
Lei annuì.
«Sì, sì… ma prima devo dirti delle cose.»
Ci siamo, pensò Matteo.
«Dimmi, dimmi.»
Irene lo guardò per un attimo.
«Siediti. Vieni qua.»
La stanza era silenziosa.
Lei lo guardò negli occhi.
«Allora senti… ti devo delle spiegazioni.»
Matteo rimase in silenzio.
«Perché tu con me sei un libro aperto. Io di te so tutto. Mi parli della tua famiglia, del tuo lavoro, di dove sei stato… Germania, Inghilterra, le navi.»
Fece una pausa.
«Di me, invece, tu sai appena il nome. E per correttezza — che è indice della tua maturità — non mi hai mai chiesto niente.»
Matteo aprì la bocca per dire qualcosa.
Lei gli mise una mano sulle labbra.
«Non dire niente. Aspetta.»
La mano era calda.
Ferma.
«Io ho undici anni più di te. Ne ho trentasei. E non sono pochi.»
Lo disse senza abbassare lo sguardo.
«Sono divorziata. E già questo dovrebbe bastarti per farti capire che non sono adatta per te.»
Matteo fece un piccolo movimento, come per interromperla.
«Shh… non dire niente.»
La sua voce non era dura.
Era calma.
Quasi materna.
Ma sotto quella calma c’era qualcosa di più.
Irene non stava parlando come chi vuole allontanare qualcuno.
Stava parlando come una donna che sa perfettamente cosa succede quando un uomo le è vicino.
Una donna lo sente.
Non servono parole.
Lo si capisce dagli sguardi, dai silenzi, da come una mano resta un attimo di troppo sulla tastiera.
Ida lo guardò con una dolcezza che non era distanza.
Era protezione.
«Tu sei maturo. Molto più dei tuoi coetanei.»
Fece una piccola pausa.
«Ma quando mi prendi le mani per metterle sui tasti…»
Abbassò lo sguardo sulle loro dita.
Un sorriso appena accennato.
Le dita parlano.
Poi lo guardò di nuovo.
E in quello sguardo c’era la certezza tranquilla di chi, nella vita, aveva già imparato a riconoscere certe cose.
Un mezzo sorriso triste.
«E questo significa che provi qualcosa per me.»
Matteo rimase immobile.
Irene lo guardò per un istante più a lungo del necessario.
Non era uno sguardo severo.
Era lo sguardo di una donna che riconosce qualcosa che conosce bene.
«Io non voglio farti restare male. E voglio sempre che tu voglia continuare le lezioni.»
Si spostò leggermente, come per creare distanza.
Ma non era una fuga.
Era il tentativo di mettere un po’ di ordine in quello che stava succedendo tra loro.
«Ma devi pensare che io non vado bene per te. Avresti tutto da perdere.»
Abbassò lo sguardo per un attimo.
Poi sorrise appena, con una dolcezza quasi divertita.
«Al bar tutte le ragazze dicono che non sei una bellezza…»
Fece una piccola pausa.
«…ma sei intelligente.»
Lo guardò di nuovo negli occhi.
«E colpisci le ragazze per il tuo modo di fare.»
La frase non era una presa in giro.
Era quasi un complimento.
Un complimento detto con quella sincerità tranquilla che solo una donna un po’ più grande riesce ad avere.
Poi tornò seria.
«Non voglio essere io quella che ti complica la strada.»
Lo disse piano.
Come se, mentre lo diceva, non fosse del tutto sicura che sarebbe riuscita davvero a farlo.
La stanza era silenziosa.
Solo il rumore lontano del vento contro i vetri.
Matteo non aveva ancora parlato.
Lei si avvicinò.
Gli prese le mani.
Le sue erano calde.
Ferme.
«Hai capito?»
Matteo non sapeva cosa dire.
Sentiva il battito nelle tempie.
Un battito forte, quasi fastidioso.
Poi abbassò lo sguardo.
«Mi dispiace. Faccio il possibile per non farmi accorgere di niente. Evidentemente hai ragione tu. Tu sei adulta… io sono solo un ragazzo.»
Irene lo fissò per un secondo.
Uno di quei secondi che sembrano più lunghi del tempo reale.
Poi si mise a ridere.
E come rideva.
Una risata piena, sincera, quasi liberatoria.
Come se tutta quella tensione avesse finalmente trovato una via d’uscita.
Matteo la guardò sorpreso.
«Perché ti faccio ridere?»
Lei si avvicinò ancora.
Non disse niente.
Gli prese il viso tra le mani.
E lo baciò sulle labbra.
Matteo rimase confuso.
Non se l’aspettava.
Ma non si tirò indietro.
Rispose.
Il bacio durò pochi istanti.
Per Matteo, un’eternità.
Quando si staccarono, per un momento nessuno dei due parlò.
Come se entrambi stessero cercando di capire cosa fosse appena successo.

Fece un mezzo passo indietro.
«No, Matteo. Tu sei troppo per me. Io non ti merito.»
Lo disse piano.
Con una serietà che Matteo non le aveva mai visto prima.
Irene non parlava mai così di sé.
In quei giorni aveva sempre tenuto la sua vita in silenzio, quasi chiusa dietro una porta che nessuno doveva aprire.
Poi lo guardò di nuovo.
«Queste cose… non le dico a nessuno.»
Fece una piccola pausa.
«Le sto dicendo a te e basta.»
Il suo sguardo si addolcì appena.
«Perché sei speciale.»
Matteo non seppe cosa rispondere.
Irene fece un mezzo passo indietro.
Come se avesse capito di essersi spinta già abbastanza avanti.
Poi cambiò tono, quasi per rimettere ordine nella stanza.
«Adesso basta. Sotto con lo studio.»
E indicò la macchina da scrivere.
Come se quella fosse ancora la ragione ufficiale per cui lui era lì.
«Però se non vuoi più venire… me ne faccio una ragione.»
Matteo scosse subito la testa.
«No, no. Certo che vengo. Ma se le mani sudano… non ti mettere a ridere.»
Irene sorrise.
Un sorriso tranquillo, quasi complice.
Per un attimo sembravano due persone che avevano appena condiviso un piccolo segreto.
Poi lei riportò le dita sulla tastiera.
Come se volesse rimettere ordine nelle cose.
«Allora. Posizione corretta.»
Matteo si avvicinò di nuovo.
Le mani sulle sue.
La carta già inserita nel rullo.
E la macchina da scrivere ricominciò a battere.
Tac.
Tac.
Tac.
Un suono regolare.
Quasi rassicurante.
Come se nulla fosse successo.
E invece qualcosa era successo eccome.
Quella sera, dopo la lezione, Matteo non andò via.
Continuarono a parlare.
Del Natale alle porte.
Del lavoro che sarebbe aumentato.
Del pienone che li avrebbe travolti fino alla Befana.
Lei raccontò di come in valle il Natale fosse diverso, più silenzioso.
Matteo parlò dei suoi Natali in Abruzzo, delle tavolate lunghe, delle voci sovrapposte.
Poi iniziò a raccontare gli scherzi che gli allievi del primo anno subivano alla scuola alberghiera.
«Vai in cucina e chiedi allo chef un consommé alla griglia» disse ridendo.
Lei scoppiò a ridere.
Continuò con gli scherzi nelle camerate, le notti passate a ridere sotto le coperte, le punizioni evitabili ma inevitabili.
Poi iniziò con le avventure in Germania.
I primi lavori veri.
Le difficoltà con la lingua.
I turni lunghi.
Aveva iniziato con le crociere. Le prime che fece in America le ricordava ancora bene: i porti, le città viste di corsa, la disciplina a bordo.
Proprio mentre raccontava, rientrò Sara.
«Dai, continua» disse sedendosi. «Che belle storie vissute.»
Matteo sorrise.
E continuò.
Si fece tardi.
Era l’una passata quando decisero di andare a letto.
La macchina da scrivere era rimasta lì, con il foglio ancora inserito. Nessuno aveva più voglia di esercizi.
Si alzarono con calma.
Per la prima volta, lei accompagnò Matteo alla porta.
Non restò seduta.
Non rimase a distanza.
Lo seguì fino all’ingresso della stanza.
Aprì la porta piano.
Lo guardò con dolcezza.
«A domani, Matteo.»
Lo disse senza fretta.
Matteo annuì.
«A domani.»
Matteo tornò in camera sua.
Era frastornato.
Non sapeva cosa pensare.
Si sedette sul letto senza accendere la luce.
Una cosa, però, gli sembrava certa.
Irene non sarebbe mai uscita con lui.
O forse…
Il pensiero restava lì, sospeso.
Rimuginava.
Ripensava al bacio.
Alle sue parole.
A quel «tu sei troppo per me».
Cosa voleva dire davvero?
Si sdraiò.
«Vabbè» disse a mezza voce. «La notte porta consiglio.»
Chiuse gli occhi.
Così si concluse quella giornata.
E domani sarebbe iniziato.
Sì.
Un nuovo giorno, da capire.

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