
Quando Vincent van Gogh morì il 29 luglio 1890 ad Auvers-sur-Oise aveva soltanto trentasette anni.
La sua vita era stata breve, inquieta, attraversata da spostamenti continui e da una ricerca che non riguardava soltanto la pittura, ma il senso stesso dell’esistenza.
Eppure, proprio in quella vita così breve, riuscì a realizzare una quantità di opere sorprendente.
Gli studiosi stimano che Vincent abbia dipinto oltre ottocento quadri e più di mille disegni.
Ma il dato più sorprendente è un altro.
La maggior parte delle sue opere fu realizzata negli ultimi trentasei mesi della sua vita.
Tra il 1887 e il 1890, in appena tre anni, Vincent dipinse centinaia di tele.
È un ritmo quasi impossibile da immaginare.
Non si trattava semplicemente di produttività.
Era una necessità.
Dipingere per Vincent non era un mestiere nel senso tradizionale del termine.
Era il modo più diretto che aveva per comprendere il mondo.
Ogni luogo in cui visse lasciò un segno preciso nella sua pittura.
Nei Paesi Bassi, all’inizio della sua carriera, i colori erano scuri, quasi terrosi. Vincent voleva raccontare la vita dei contadini con onestà, senza idealizzarla.
Il dipinto più rappresentativo di questo periodo è I mangiatori di patate (1885).
Cinque contadini siedono attorno a un tavolo illuminato da una lampada. I volti sono segnati dal lavoro e le mani sono ruvide, quasi deformate dalla fatica. Vincent voleva mostrare la dignità della vita semplice, quella delle persone che vivevano della terra.
Quando si trasferì a Parigi, nel 1886, la sua pittura cambiò radicalmente.
Entrò in contatto con gli impressionisti e con i pittori che stavano rivoluzionando il modo di vedere il colore. I toni scuri lasciarono spazio a colori più luminosi e vibranti.
In questo periodo Vincent dipinse numerosi autoritratti, come se stesse cercando di comprendere se stesso attraverso la pittura.
Nel 1888 arrivò ad Arles, nel sud della Francia.
Qui la pittura di Vincent esplose letteralmente.
La luce della Provenza trasformò il suo modo di dipingere. I colori diventarono più intensi, più vivi. Il giallo, in particolare, diventò uno dei colori dominanti della sua tavolozza.
È in questo periodo che nacquero alcuni dei suoi dipinti più celebri.
I girasoli (1888) sono forse l’esempio più famoso.
I fiori sembrano irradiarsi come piccole esplosioni di luce, trasformando un semplice vaso di fiori in un’immagine carica di energia.
Sempre ad Arles dipinse La camera di Arles (1888).
Un interno semplice: un letto, due sedie, qualche quadro appeso alla parete. Eppure quella stanza, con i suoi colori forti e le prospettive leggermente inclinate, diventa quasi il ritratto della sua vita in quel momento.
Dopo il periodo di crisi che lo portò al ricovero a Saint-Rémy-de-Provence, Vincent continuò a dipingere con una determinazione straordinaria.
È qui che nacque uno dei dipinti più famosi della storia dell’arte: Notte stellata (1889).
Il cielo non è più un semplice sfondo.
Diventa movimento.
Le stelle sembrano pulsare, i vortici di luce attraversano la notte sopra il villaggio addormentato. Non è una rappresentazione realistica del cielo: è una traduzione pittorica di ciò che Vincent sentiva dentro di sé.
In questo periodo dipinse anche numerosi ulivi, cipressi e paesaggi, dove la natura sembra partecipare al movimento del cielo.
Nel maggio del 1890 Vincent si trasferì infine ad Auvers-sur-Oise, un piccolo villaggio a nord di Parigi.
Qui viveva il dottor Paul Gachet, medico e amante dell’arte che avrebbe seguito Vincent negli ultimi mesi della sua vita.
In poche settimane Vincent dipinse una quantità impressionante di quadri.
I campi di grano attorno al villaggio diventarono uno dei soggetti principali.
Il paesaggio non era più soltanto descrizione.
Diventava tensione.
Tra terra e cielo.
Tra quiete e movimento.
Tra i dipinti più noti di questo periodo ci sono Il ritratto del dottor Gachet (1890) e La chiesa di Auvers (1890), dove l’edificio sembra quasi vibrare sotto il cielo blu intenso.
Uno dei dipinti più evocati quando si parla degli ultimi giorni di Vincent è Campo di grano con corvi (1890).
Un sentiero si perde nel campo giallo mentre il cielo scuro è attraversato da corvi in volo.
Non sappiamo con certezza se sia davvero l’ultimo dipinto realizzato da Vincent.
Ma certamente rappresenta bene la tensione emotiva dell’ultimo periodo della sua vita.
Oggi le opere di Vincent van Gogh sono conservate nei più importanti musei del mondo: Amsterdam, Parigi, New York, Londra e molte altre città.
Milioni di persone si fermano davanti ai suoi quadri ogni anno.
Ma quando Vincent dipingeva, quasi nessuno sembrava accorgersi davvero di lui.
Durante la sua vita vendette pochissimi dipinti.
La fama arrivò dopo.
Molto dopo.
E forse proprio per questo la sua pittura continua a parlare ancora oggi.
Perché non nacque per il successo.
Nacque da una necessità più semplice e più profonda.
Il bisogno di guardare il mondo con sincerità.
E come detto all’inizio di questo racconto, Vincent van Gogh non dovrebbe essere ricordato soltanto per la sua sofferenza.
Troppo spesso la sua figura viene ridotta a tre immagini che il tempo ha trasformato quasi in leggenda:
la follia,
il taglio dell’orecchio,
il suicidio.
Ma la vita di Vincent non può essere riassunta in questi episodi.
Ridurre la sua storia a questi momenti significa dimenticare ciò che davvero conta.
Vincent van Gogh va ricordato per la sua ostinazione nel guardare il mondo, per la sua capacità di trasformare paesaggi semplici in immagini cariche di vita, per la sua ricerca instancabile della luce.
Per i campi di grano mossi dal vento,
per i cieli che sembrano muoversi come onde,
per gli ulivi contorti,
per i girasoli che esplodono di colore.
Soprattutto, va ricordato per il fatto che non smise mai di dipingere.
Nemmeno quando nessuno sembrava capire ciò che stava facendo.
Perché per Vincent la pittura non era soltanto arte.
Era un modo di esistere.
Ed è per questo che, ancora oggi, i suoi quadri continuano a parlare.
Non della sua follia.
Ma della sua umanità.
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