9 -Undici inverni di distanza

Capitolo 9 – Il primo bivio
Tra due sguardi

Il 1982 era iniziato.

Matteo si alzò ancora mezzo addormentato.
Gli occhi bruciavano, le gambe pesavano, ma era abituato a quei tour de force.
Nelle stagioni non esistevano feste vere: esistevano solo turni.

Si lavò in fretta, infilò la divisa e scese.

Erano le nove.

In sala c’erano già alcuni clienti: i più mattinieri, quelli che anche dopo una notte lunga non rinunciavano alla colazione presto, magari con ancora addosso l’odore di spumante.
La maggioranza sarebbe arrivata più tardi.
Con calma.
Con occhiaie evidenti.
Qualcuno chiedendo un cappuccino doppio.

Dalla porta della sala lo chiamò Giulio.

«Vieni a prendere un caffè, ne hai bisogno. Io sono andato giù al bar. Irene mi ha chiesto se eri già sceso.»

Matteo si fermò un attimo.

«Davvero?» chiese, cercando di sembrare indifferente.

«Sì. Ha detto: “Non è ancora arrivato?”»

Matteo annuì e basta.

Dentro di sé pensava:
Sì, io sono cotto di Irene.

Non poteva più negarlo.

Ma adesso era Elena che gli girava intorno.
Con il vin brulè, le risate in tedesco, gli sguardi più lunghi del necessario.

Che faccio?

La testa gli diceva una cosa.
Il cuore un’altra.

Decise di fare l’unica cosa che sapeva fare bene: comportarsi come sempre.

Con Irene avrebbe continuato a dialogare normalmente.
Anche perché, fino a dopo la Befana, non ci sarebbero state lezioni di dattilografia.
Niente scuse per vedersi da soli.
Niente momenti troppo intimi.

E questo, in fondo, rendeva tutto più semplice.

Con Elena invece era diverso.

Con lei passava tutti i pomeriggi sulle piste.
Fianco a fianco.
Tra freddo, risate e vapore di vin brulè.

E quello, volente o nolente, creava un’altra atmosfera.

Matteo capì che non poteva scappare.
Poteva solo attraversare quei giorni uno alla volta.

Prima del pranzo fu Marco a dire:

«Dai, andiamo giù al bar per un aperitivo veloce. Offro io.»

Luca non se lo fece ripetere due volte.

Scesero insieme.

Appena Elena vide Matteo, lasciò per un attimo la cassa e si avvicinò.
Gli sorrise.

«Auguri…» disse, rifacendoglieli, anche se sulle piste se li erano già fatti.

Gli diede due baci sulle guance, naturali, spontanei.

Matteo sorrise.

Non fece in tempo a dire altro che, dall’altra parte del bancone, anche Irene uscì.

Lo vide.
Si avvicinò.

«Grazie per la colazione» disse.
«E buon anno, Matteo.»

Lo guardò un secondo più del necessario.

Da dietro il banco intervenne anche Sara:

«Auguri! E se vuoi passa più spesso la mattina in camera nostra con cappuccino e brioche… sei il benvenuto.»

Marco e Luca si scambiarono un’occhiata divertita.

Matteo rimase in mezzo.

Da una parte Elena.
Dall’altra Irene.
E dietro il banco Sara che rideva.

Era solo un aperitivo.

Ma l’aria era diventata improvvisamente più densa.

Alle 15, quando scese per andare sulle piste, Elena era già lì ad aspettarlo, appoggiata al banco.

La direttrice sorrise:

«Eccolo, è arrivato.»

Eva ricambiò il sorriso e, senza dire altro, si avviarono verso gli impianti.

Quel giorno le piste non erano affollate.
Erano strapiene.

Il cielo limpido, l’aria fredda ma asciutta: una giornata perfetta di montagna.

Iniziarono a distribuire brulè senza quasi mai fermarsi.

Sciatori a ondate.
Famiglie.
Gruppi di ragazzi.
Turisti tedeschi e austriaci.

Una sequenza continua:

«Bitte.»
«Prego.»
«Danke.»
«Grazie.»

Il vapore saliva dalla pentola.
Le mani si muovevano in automatico.

Scontrino.
Versare.
Consegnare.

Nessun tempo per parlare.

Solo lavoro.


Alle 17.30, quando il flusso si diradò, Elena si stirò le spalle.

«Basta per oggi, Matteo. Quanti ne abbiamo venduti?»

Matteo fece un rapido conto.

«Tanti. Troppi.»

Lei sorrise.

«Ma soprattutto non ci siamo detti nemmeno una parola.»

Fece un passo più vicino.

«Non ti preoccupare. Stasera si recupera.»

Poi, con tono complice:

«Ti aspetto su, nel self service, al finestrone. Porta tu la birra e i toast.»

E aggiunse ridendo:

«Bere una birretta a canna, come dici tu, mi piace. Non ci sono abituata.»

Matteo la guardò.

«Posso chiamarti baronessa?»

«Non ci provare» rispose lei, fingendo severità.

E tornarono verso il bar, mentre il buio scendeva veloce sulla neve.

Rientrarono allegri, con le guance rosse e le mani ancora calde.

Elena si avvicinò alla cassa.

«Direttrice… posso restare per tutta la stagione?»

La direttrice alzò lo sguardo.

«Chiedilo a tua madre.»

«Manco a pensarci» rispose lei ridendo.

Matteo salutò appena e andò sotto la doccia.

Aveva bisogno di acqua calda.

E forse anche di raffreddare un po’ i pensieri.

Cena veloce.

Poi sala.

Poi discoteca.

Il ritmo non cambiava mai.

Ma quella sera Matteo aveva un pensiero fisso.

Elena lo aspettava.

E quella promessa di birra e toast lo attirava più del solito.

E Irene? pensò per un attimo.

In fondo era lei che non lo voleva.
O forse sì… ma solo fino a un certo punto.

Verso mezzanotte, approfittando di un momento tranquillo, si avvicinò alla direttrice.

«Posso avere due toast e due birrette?»

Lei lo guardò sopra gli occhiali e sorrise.

«Figlio mio… tu rischi grosso.»

Matteo sorrise, prese tutto e salì.

Elena era già lì, davanti al finestrone.

Fuori, il piazzale bianco illuminato.
Le luci che si riflettevano sulla neve.

Si sedettero.

Un cliente australiano si avvicinò.

«Hi, director.»

«Beautiful view,» disse guardando fuori.

«With a beer and a toast even better,» rispose Matteo.

L’uomo rise e poi scese.

Elena lo guardò.

«Questo non è inglese scolastico, vero?»

Matteo sorrise.

«No. Dopo la Germania ho lavorato in Inghilterra… e mi sono anche imbarcato.»

«Imbarcato?»

«Navi da crociera.»

Eva spalancò gli occhi.

«Allora mi hai mentito sull’età.»

«Chiedi alla capa.»

Lei lo guardava in modo diverso.

Curiosa.
Colpita.

«Sai che sono stato in collegio?» disse poi Matteo.

«Sono orfano di padre. Lì era tutto gratis.»

Lo disse senza enfasi.

«Per cui… ognuno ha la sua vita.»

Eva abbassò lo sguardo.

«Scusami… io parlo di bodyguard e protocolli…»

Si avvicinò e lo abbracciò.

Un abbraccio vero.

Poi gli accarezzò il viso.

Senza dire niente.

Matteo sorrise.

«La baronessa e il terrone cameriere…»

Elena scoppiò a ridere.

«È perfetto.»


«Accompagnami in camera» disse lei.

«Fino alla porta» aggiunse subito, ridendo.

Il corridoio era vuoto.

Luce soffusa.

Si fermarono davanti alla porta.

Un attimo di silenzio.

Poi si avvicinarono.

Il primo bacio fu rapido.
Istintivo.

Ma sufficiente.

Abbastanza da capire che non era più solo gioco.

Elena si staccò per prima.

«Buonanotte, Matteo.»

«Buonanotte.»

Matteo tornò in camera frastornato.

Ma felice.

Con la sensazione che l’anno nuovo fosse iniziato davvero.


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