
A ogni elezione succede sempre la stessa magia.
I politici diventano improvvisamente simpatici.
Ti salutano.
Ti ascoltano.
Ti promettono strade, lavoro, parcheggi, sicurezza, rilancio, sviluppo, futuro, felicità e probabilmente pure il bel tempo nel weekend.
Praticamente una versione elegante di Cetto La Qualunque:
“Chiu pilu pe’ tutti”… però con la giacca stirata e il comunicato stampa.
Poi finiscono le elezioni…
e spariscono più velocemente delle luminarie dopo Ferragosto.
Ma a Chieti quest’anno il problema non è solo la solita recita elettorale.
La questione è più profonda.
Più amara.
Perché il centrosinistra ha scelto come candidato sindaco Giovanni Legnini, figura autorevole della politica nazionale, ex vicepresidente del CSM ed ex commissario straordinario alla ricostruzione.
Fin qui nulla da dire sulle competenze.
Ma resta una domanda gigantesca, quasi offensiva per la città:
Possibile che Chieti non riesca più a esprimere un sindaco nato politicamente dentro Chieti stessa?
Perché Legnini è storicamente legato a Roccamontepiano, di cui è stato anche sindaco per anni.
E allora il dubbio viene naturale.
Davvero una città capoluogo, con università, professionisti, quartieri popolari, associazioni, giovani, imprenditori e storia millenaria, deve andare a prendere il candidato “in prestito”?
Una volta i sindaci nascevano nei vicoli.
Facevano gavetta nei quartieri.
Conoscevano le buche una per una.
Sapevano dove mancava la luce, dove chiudevano i negozi e dove i ragazzi prendevano l’autobus per andarsene.
Oggi invece sembra il calciomercato.
“Manca il candidato? Aspetta che vediamo chi è libero.”
E così Chieti rischia di mandare un messaggio devastante a sé stessa:
non crediamo più nelle nostre energie.
Che poi è questo il vero dramma della politica moderna.
Non conta più il legame umano con una città.
Conta il curriculum.
Conta il nome spendibile.
Conta la faccia da manifesto.
Le città però non sono aziende.
Sono comunità.
E una comunità che smette di cercare rappresentanza dentro sé stessa è una comunità che lentamente perde identità.
Attenzione: questa non è una critica personale a Legnini.
È una riflessione politica e culturale.
Perché il punto non è se sia preparato oppure no.
Il punto è un altro:
Com’è possibile che a Chieti nessuno venga considerato abbastanza credibile da guidare Chieti?
E mentre la politica organizza conferenze, slogan e selfie elettorali, la città continua a perdere pezzi.
Negozi chiusi.
Centro storico svuotato.
Giovani che partono.
Quartieri che si sentono dimenticati.
Ma tranquilli.
In campagna elettorale arriveranno tutti.
Stringeranno mani.
Faranno promesse.
Diranno che “Chieti merita di più”.
Poi, finite le elezioni, tornerà il silenzio.
Come sempre.
Perché in Italia la politica assomiglia sempre di più alle bancarelle delle feste patronali:
un giorno luci, musica e parole…
e il giorno dopo resta solo la piazza vuota.

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