
I figli che partono, i paesi che restano in silenzio
C’è una scena che si ripete da anni nei nostri paesi.
Non fa rumore.
Non finisce nei telegiornali.
Non provoca scandali politici.
Eppure è una delle ferite più profonde delle aree interne.
Un figlio che parte.
Succede quasi sempre allo stesso modo.
Prima arriva la scuola superiore lontano da casa.
Poi l’università.
Poi il lavoro.
Poi una stanza in affitto in città che lentamente diventa una nuova vita.
E il ritorno, piano piano, si riduce.
Prima tutti i weekend.
Poi una volta al mese.
Poi soltanto ad agosto, a Natale o per qualche ricorrenza.
Finché il paese resta indietro.
E la cosa più impressionante è che ci siamo abituati.
Come se fosse normale.
Come se il destino naturale dei piccoli paesi fosse soltanto quello di accompagnare i giovani alla stazione, all’autobus o all’autostrada.
La generazione che saluta.
I figli partono.
I genitori resistono.
I nonni restano soli.
E intanto le case si spengono lentamente.
Ci sono madri che continuano a tenere pronta una stanza anche quando sanno che verrà usata pochi giorni l’anno.
Padri che fingono serenità dicendo:
“L’importante è che abbia trovato lavoro.”
Nonni che aspettano una telefonata la sera.
E dentro quelle telefonate c’è ormai tutta la distanza tra due mondi:
chi è rimasto e chi ha dovuto andare via.
Perché spesso non si parte per scelta.
Si parte per necessità.
Per studiare.
Per lavorare.
Per costruirsi un futuro che il paese, da solo, non riesce più a garantire.
E allora succede qualcosa di doloroso:
lo spopolamento smette di essere un’emergenza e diventa abitudine.
Le partenze non fanno più notizia.
Anzi, quasi ci si vanta:
“Anche mio figlio sta a Milano.”
“Mia nipote lavora a Bologna.”
“Il ragazzo è andato all’estero.”
Come se il successo di un paese coincidesse ormai con la capacità dei suoi giovani di andarsene.
Ma ogni partenza lascia un vuoto.
Non soltanto umano.
Anche sociale.
Perché quando partono i giovani:
- chiudono le scuole;
- diminuiscono le nascite;
- spariscono attività;
- si svuotano i quartieri;
- si interrompe il passaggio naturale tra generazioni.
E il paese lentamente invecchia.
Ci sono strade dove una volta si sentivano biciclette, palloni, urla di bambini.
Oggi invece si sente soprattutto silenzio.
E forse la politica ha una grande responsabilità.
Per anni si è parlato di “valorizzazione dei borghi”, turismo, eventi, marketing territoriale.
Tutto utile.
Ma nessuna festa estiva può sostituire una famiglia che vive davvero in un paese dodici mesi l’anno.
Nessuna sagra può riempire il vuoto lasciato da una scuola che chiude.
Nessuna fotografia panoramica può sostituire una generazione che manca.
Perché il vero problema non è che i giovani partano.
Il problema è che quasi nessuno riesce più a tornare.
E allora dovremmo smettere di considerare normale tutto questo.
Perché un paese non perde soltanto abitanti.
Perde futuro.
E ogni volta che un ragazzo saluta la propria casa con una valigia in mano, il paese perde un pezzo del proprio futuro.
Per i politici è importante che ci sia sempre un’inaugurazione: scuole, mense, panchine, alberi, strade… anche se ormai non passa più nessuno a goderseli.
— Nicola Tamburrino
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