
Una fortezza della memoria affacciata sul lago.
Non un rifugio, ma un teatro immobile
dove il mito sopravvive
e l’uomo paga il silenzio della durata.
Il Vittoriale: la prigione dorata
Dopo Fiume, Gabriele D’Annunzio comprende una verità con lucidità improvvisa:
non può più stare nel mondo come prima.
Non può tornare a essere soltanto un poeta.
Non può guidare folle.
Non può fondare altre città impossibili.
Ma non può nemmeno scomparire.
Così sceglie una terza via:
costruire un luogo dove il tempo non possa toccarlo.
Nasce così il Vittoriale degli Italiani.

Non una casa.
Non un rifugio.
Non un ritiro spirituale.
Un’opera totale.
Una dimora contro l’oblio
Sul lago di Garda, lontano dalle piazze e dal rumore della politica,
D’Annunzio comincia a progettare se stesso come monumento.
Ogni stanza è pensata.
Ogni oggetto è carico di senso.
Ogni iscrizione è una frase scolpita per durare più dell’uomo.
Il Vittoriale non è nostalgia.
È controllo.
Qui il poeta decide come essere ricordato
prima che altri lo facciano al posto suo.
La nave Puglia incastonata nella collina.
Gli aerei.
Le reliquie di guerra.
I libri disposti come altari.
Tutto parla di azione,
ma tutto è immobile.
È il paradosso perfetto di D’Annunzio:
l’uomo dell’eccesso
che congela l’eccesso nella forma.
Il ritiro che non è silenzio
All’esterno, l’Italia cambia volto.
Il fascismo prende corpo, prende piazze, prende linguaggio.
Molti gesti sembrano usciti da Fiume,
ma ora sono semplificati, irrigiditi, disciplinati.
D’Annunzio osserva.
Non attacca apertamente.
Non aderisce del tutto.
Resta in una zona ambigua,
che è insieme difesa e prigionia.

Il Vittoriale diventa il suo confine.
Qui riceve visite selezionate.
Qui scrive.
Qui tace quando serve.
È sorvegliato, ma anche protetto.
Celebrato, ma isolato.
Onorato, ma messo da parte.
Lo Stato lo teme ancora,
ma preferisce averlo fermo
piuttosto che di nuovo in cammino.
Scrivere dopo il mito
Dopo Fiume, D’Annunzio non scrive più come prima.
Non ci sono grandi poemi di slancio.
Non ci sono romanzi di conquista.
Non c’è più l’illusione
di cambiare il mondo con una frase.
La scrittura diventa frammento,
annotazione,
scheggia.
Anche le cose minime, per lui, non potevano restare senza forma.
La lingua era ancora un territorio da presidiare.
Quando gli capitò davanti il sandwich, lo rifiutò come corpo estraneo.
Troppo inglese.
Troppo neutro.
Lo volle italiano, netto, intermedio.
Lo chiamò tramezzino:
qualcosa che sta in mezzo,
che unisce senza confondersi.
Un gesto minimo, quasi ironico.
Ma rivelatore.
Anche nel ritiro,
anche lontano dalle piazze,
D’Annunzio continuava a fare ciò che aveva sempre fatto:
dare nomi per restare presente.
Nasce così il Libro Segreto.
Non è un’opera pensata per il pubblico.
Non è un testamento ordinato.

È un deposito di pensieri, paure, ricordi, ossessioni.
Qui il Vate si mostra come raramente aveva fatto:
stanco, ironico, ferito,
talvolta crudele con se stesso.
Scrive della morte come presenza costante.
Del corpo che cede.
Della memoria che tradisce.
Scrive per non essere riscritto.
Il Vittoriale come testo
Col passare degli anni diventa chiaro che
l’opera più importante del D’Annunzio finale
non è un libro.
È il Vittoriale stesso.
Un luogo che si legge camminando.
Una biografia scolpita.
Un’autonarrazione permanente.
Ogni stanza è un capitolo.
Ogni oggetto è una frase.
Ogni silenzio è una pausa voluta.
Qui il poeta non cerca consenso.
Cerca durata.
Non vuole essere amato.
Vuole essere indimenticabile.
Ma questa strategia ha un prezzo.
La solitudine del custode
Chi costruisce un mausoleo in vita
finisce per abitarlo.
D’Annunzio è circondato da simboli,
ma sempre più distante dagli uomini.
Un equilibrio precario
Eppure, in questo isolamento,
D’Annunzio conserva una cosa essenziale:
la lucidità.

Capisce che il suo tempo sta passando.
Capisce che altri useranno i suoi simboli
senza comprenderne il peso.
E decide, ancora una volta,
di non consegnarsi del tutto.
Il Vittoriale non è una resa.
È una sospensione.
Un modo per restare presente
senza scendere in campo.
Per parlare
senza gridare.Eppure, in questo isolamento,
D’Annunzio conserva una cosa essenziale:
la lucidità.
Capisce che il suo tempo sta passando.
Capisce che altri useranno i suoi simboli
senza comprenderne il peso.
E decide, ancora una volta,
di non consegnarsi del tutto.
Il Vittoriale non è una resa.
È una sospensione.
Un modo per restare presente
senza scendere in campo.
Per parlare
senza gridare.
Le relazioni si assottigliano.
Gli amori diventano ombre.
Il corpo reclama tregua.
Il poeta che aveva incendiato una città
ora combatte contro l’insonnia,
contro la dipendenza,
contro la sensazione di essere diventato
una presenza decorativa.
Il Vittoriale lo protegge,
ma lo separa.
È una prigione dorata
dove il carceriere e il prigioniero
sono la stessa persona.
Un equilibrio precario
Eppure, in questo isolamento,
D’Annunzio conserva una cosa essenziale:
la lucidità.
Capisce che il suo tempo sta passando.
Capisce che altri useranno i suoi simboli
senza comprenderne il peso.
E decide, ancora una volta,
di non consegnarsi del tutto.
Il Vittoriale non è una resa.
È una sospensione.
Un modo per restare presente
senza scendere in campo.
Per parlare
senza gridare.
Il Capitolo 22 si chiude qui:
con un uomo che ha smesso di combattere fuori
per continuare a combattere dentro.
Il mito è salvo.
L’uomo paga il prezzo.
E mentre l’Italia accelera verso un futuro
che lui intuisce pericoloso,
D’Annunzio resta immobile,
come un faro acceso di giorno:
visibile a tutti,
seguito da pochi,
ascoltato da nessuno.
Indice cliccabile
Prima Parte – Il fuoco
👉 Capitolo Premessa e prefazione |
👉Capitolo 2 – Il liceo e le prime fughe |
👉Capitolo 3 – Roma e la nascita del poeta|
👉Capitolo 4 – La gloria e la seduzione: 1890-91 |
👉Capitolo 5 – Gli anni della passione e della gloria (1892–1894)
👉Capitolo 6 – L’apice della gloria: 1895-1897|
👉Capitolo 7 – Il poeta e la nazione: 1896–1900 |
👉Capitolo 8 – L’addio e l’eterno: D’Annunzio e la Duse (1900–1904) |
👉Capitolo 9 – Il ritorno alla terra e il mito di Iorio (1904–1907)|
👉Capitolo 10 – Gli anni dell’assedio e de “La Nave” (1908–1909)
👉 Capitolo 11 – Il ritorno e l’attesa del destino (1910–1914)|
👉Capitolo 12 – Il ritorno alla patria e la fiamma interventista|
👉Capitolo 13 – Il poeta in uniforme: nascita del mito del combattente
👉Capitolo 14 – Il poeta dell’aria: quando il coraggio prende le ali|
👉Capitolo 15 – L’occhio dell’eroe: la notte che cambiò il destino|
👉Capitolo 16 – La ferita che scrive: nascita del Notturno|
👉Capitolo 17 – La voce del Piave: quando il dolore si fa grido di vittoria |
👉Capitolo 18 – Il folle volo: Vienna, la sfida impossibile|
👉Capitolo 19 – il sogno di Fiume: quando la patria diventa una città|
👉Capitolo 20 –Il Natale di Sangue: il giorno in cui il sogno fu ferito
Seconda Parte – Dopo il fuoco
👉 Capitolo 21 – Il silenzio dopo il mito |
👉Capitolo 22 – Il Vittoriale: la prigione dorata |
👉Capitolo 23 – Il poeta e il Duce: vicinanza senza obbedienza |
👉Capitolo 24 – L’uomo solo|
👉Capitolo 25 – Il profeta inascoltato |
👉Capitolo 26 – Il tempo che lo supera |
👉Capitolo 27 – La morte del Vate |
👉Capitolo 28 – Epilogo
Apparati finali
👉 Capitolo 29 – Gabriele D’Annunzio – Vita e opere (cronologia affiancata)| 👉 Capitolo 30 – Nota d’autore |
👉Capitolo 31 – Perché raccontare D’Annunzio oggi

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