15 – Van Gogh

Capitolo 15 – Verso nord

Dopo Sien, il silenzio

Chiuse piano la porta della stanza che divideva con Clasina Maria Hoornik.

Sien, per tutti.

Il legno tornò al suo posto con un rumore leggero, domestico.

Lo stesso di sempre.

E proprio per questo fece più male.

Nessuna scena.
Nessun addio.

Solo una porta che si chiude.

Come tutte le altre.

Solo che quella volta non sarebbe rientrato.

Scese le scale con la cartella sotto il braccio.

Dentro c’erano pochi fogli buoni, due camicie, i pennelli avvolti in uno straccio indurito dal colore secco.

Tutto lì.

Una vita intera ridotta a un peso che quasi non si sentiva.

Quella leggerezza lo disturbò.

Si aspettava tristezza.

Trovò vuoto.

Un vuoto pratico.

Come una stanza sgomberata, dove restano solo i segni chiari dei mobili contro il muro.

Non avevano litigato.

Non ce n’era stata la forza.

La stanchezza consuma prima delle parole.

Negli ultimi giorni parlavano solo di cose necessarie.

Pane.
Carbone.
Il bambino.
La tosse.

Frasi brevi.

Senza futuro.

Lui aveva capito che restare non sarebbe stato amore.

Sarebbe stato trascinare.

E trascinare qualcuno dentro la propria incertezza gli sembrava una forma di egoismo.

Non si sentiva un salvatore.

Non lo era mai stato.

Era solo un uomo che provava a imparare un mestiere troppo grande.

E non voleva che qualcun altro pagasse per quella fatica.

Fuori, la città continuava.

Carri che passavano.
Voci dalle botteghe.
Fumo dai comignoli.

Una donna stendeva i panni.

Un uomo rideva.

Il mondo non si ferma mai per le separazioni private.

Camminò veloce.

Non per fretta.

Per non pensare.

Sapeva che se si fosse voltato, anche solo un secondo, sarebbe tornato indietro.

E tornare indietro avrebbe significato mentire.

A lei.

Ma soprattutto a se stesso.

Non cercò nessuno.

Non bussò a nessuna porta.

Non aveva voglia di spiegarsi.

Aveva solo bisogno di togliere rumore.

La città gli stava troppo addosso.

Le voci.
Gli sguardi.
Gli odori di cucina, di fumo, di strada bagnata.

Perfino l’aria sembrava usata.

Consumata da troppe vite.

Sentiva il bisogno di un posto dove non succedesse niente.

Un posto dove nessuno lo conoscesse.

Dove non fosse né pittore, né compagno, né promessa mancata.

Solo un uomo che cammina.

Così scelse il nord.

Non per coraggio.

Per sottrazione.

Aveva sentito parlare di una terra piatta, quasi vuota, fatta di paludi e vento.

Campi bassi.

Torba.

Case lontane chilometri.

Un nome corto, duro, come una parola detta a denti stretti:

Drenthe.

Gli sembrò adatto.

Un nome corto.

Secco.

Senza promesse.

Un luogo che non chiedeva niente.

Perfetto per ricominciare dal silenzio.


Il treno correva lento.

Non scivolava: sobbalzava.

Ogni giunto dei binari faceva tremare il sedile, come un respiro irregolare.

Dai vetri appannati guardava i campi farsi sempre più spogli.

Meno case.
Meno alberi.
Meno strade.

I villaggi diventavano macchie grigie.

Poi segni.

Poi niente.

Come se qualcuno stesse cancellando dettagli dal mondo con una gomma sporca.

Ogni chilometro toglieva qualcosa.

Rumore.
Confusione.
Memoria.

Anche i pensieri sembravano diradarsi.

Pensò a Sien.

Alla bambina.

Alla stanza.

Al tavolo contro il muro.

Al fiato corto della notte.

Non cercò scuse.

Non disse ho fatto bene.

Non disse ho fatto male.

Le frasi gli sembravano inutili.

Restò seduto.

Guardando.

Come davanti a una tela che non sai ancora come iniziare, quando l’unica cosa onesta è aspettare.


Quando scese, il vento gli entrò nel cappotto come un animale freddo.

Diretto.

Senza ostacoli.

Un vento che non aggira, non accarezza.

Taglia.

Il cielo era basso, quasi bianco.

Non nuvole.

Solo una lastra opaca.

La terra scura, bagnata, come se fosse stata appena girata con una pala.

Camminò lungo una strada di fango.

Gli stivali affondavano a ogni passo con un suono sordo.

Ciab.
Ciab.

Come se la terra cercasse di trattenerlo.

Non c’era nessuno.

Solo il rumore dei suoi piedi.

E il vento che correva sull’erba piegata.

Le case apparivano all’improvviso, isolate, storte, come oggetti dimenticati da qualcuno distratto.

Finestre piccole.

Tetti bassi.

Nessun colore.

Niente di pittoresco.

Niente da raccontare.

Era un paesaggio che non cercava di piacere.

Non faceva scena.

Esisteva e basta.

E proprio per questo gli somigliava.


Affittò una stanza.

Letto duro.
Un tavolo storto.
Una sedia che traballava.
Una finestra sui campi.

Niente tende.

Niente quadri.

L’aria odorava di legno umido e cenere.

Appoggiò la cartella.

La aprì piano.

Tirò fuori i fogli.

Li sfogliò uno a uno.

Gli sembravano lontani.

Come se appartenessero a un altro uomo.

L’Aia.
Gli atelier.
Le critiche.
Le voci.

Perfino Sien.

Non sparivano.

Ma si allontanavano.

Come luci viste da un treno notturno, che restano accese ma non scaldano più.

Sedette.

Restò immobile.

Ascoltava la stanza.

Il vento che passava sotto la porta.

Il legno che scricchiolava.

Il proprio respiro.

Per la prima volta dopo mesi non c’era nessuno che avesse bisogno di lui.

Nessuno da salvare.

Nessuno da deludere.

Solo lui.

E quella stanza.

Era una libertà amara.

Ma era libertà.


Il giorno dopo uscì presto.

L’aria aveva l’odore dell’acqua stagnante.

Camminò tra le paludi.

L’erba era bassa, dura.

La torba affiorava nera, tagliata in blocchi regolari.

Vide uomini piegati a scavare.

Figure scure contro il cielo chiaro.

Sembravano più vecchi della loro età.

Schiene curve.

Movimenti corti.

Ripetuti.

Nessuna posa.

Nessuna scena.

Solo lavoro.

Lento.

Ripetitivo.

Necessario.

Ogni gesto identico al precedente.

Come respirare.

Gli piacquero subito.

Non chiedevano di essere guardati.

Non volevano essere belli.

Non si preoccupavano di piacere.

Esistevano e basta.

Come la terra che scavavano.

Tirò fuori il taccuino.

Si sedette su una pietra.

Cominciò a disegnare.

Linee dure.

Senza grazia.

Senza abbellire.

Solo peso.

Mani grandi.

Stivali sporchi.

Schiene piegate.

Capì che non voleva più imparare a dipingere bene.

Voleva imparare a dire il vero.

Anche quando il vero era brutto.

Soprattutto quando lo era.

Con Sien aveva imparato il peso dei corpi.

La stanchezza vera.
Il respiro corto.
La povertà che dorme accanto a te.

Ora stava imparando il peso della terra.

Il fango.
Il vento.
Il silenzio che non consola.

Prima la carne.

Poi il paesaggio.

Come se la vita gli stesse togliendo uno strato alla volta.

Finché non restava più niente da fingere.


La sera tornò nella stanza.

Le mani sporche di grafite.

Le unghie nere.

Si sedette sul letto.

Guardò il buio farsi largo lentamente, come acqua che sale.

Non era felice.

Non era triste.

Era solo.

E per la prima volta quella solitudine non sembrò una sconfitta.

Sembrò spazio.

Spazio per lavorare.

Spazio per restare.

Appoggiò il taccuino sul tavolo.

Soffiò via la polvere.

E ricominciò.

✒️ Il Sognatore Lento


Commenti

Rispondi

Scopri di più da Sotto il Cielo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere