
Negli ultimi giorni si è parlato in alcuni articoli sui social dell’esclusione di Atessa da alcuni finanziamenti legati alla nuova classificazione dei comuni montani.
Si parla di tagli, di ingiustizia, di una strategia nazionale definita “iniqua”.
Per affrontare seriamente la questione, occorre partire da un dato oggettivo, non politico.
Atessa non è un comune montano.
Con un’altitudine media di circa 435 metri sul livello del mare, Atessa rientra in un’area collinare. La definizione di “parzialmente montana” non descrive una condizione geografica reale, ma una scelta amministrativa del passato, utile a includere territori eterogenei all’interno delle stesse misure.
La montagna, però, non è una categoria elastica.
La vera montanità comporta costi strutturali permanenti:
neve e gelo per lunghi periodi, strade difficili e costose da mantenere, isolamento, servizi scolastici e sanitari più onerosi, spopolamento cronico.
Questi costi non sono occasionali, né negoziabili.
Per questo i fondi destinati ai comuni montani devono andare ai comuni montani.
Non per penalizzare qualcuno, ma per non continuare a diluire risorse già insufficienti.
C’è poi un altro elemento che rende debole la rivendicazione di Atessa.
Atessa è il capoluogo industriale della Val di Sangro, sede di uno dei più importanti poli produttivi d’Abruzzo, con una base economica e fiscale che nessun comune montano dell’area possiede.
E qui sorge una domanda semplice, ma legittima:
le risorse prodotte a Atessa sono mai state redistribuite in modo strutturale ai comuni montani della Val di Sangro?
La risposta è no.
Non esistono meccanismi di perequazione territoriale che abbiano trasferito quella ricchezza ai comuni interni e montani, che continuano a vivere senza industria, senza grandi entrate proprie e con costi strutturali molto più elevati.
Pretendere oggi di attingere anche ai fondi per la montagna significa voler sommare vantaggi diversi, non riequilibrare i territori.
Questo non vuol dire negare le difficoltà dei comuni collinari o interni.
Vuol dire, però, riconoscere che non tutti i problemi sono uguali e che non tutte le risposte possono venire dalla stessa cassa.
Se i comuni montani hanno ricevuto finora solo briciole, la soluzione non è allargare impropriamente la definizione di montanità, ma rafforzare davvero le politiche per chi vive in montagna.
Chiarezza nei criteri non è un’ingiustizia.
È una condizione necessaria per tornare a parlare seriamente di equità territoriale.
La montagna non è uno slogan.
È una condizione reale.
E merita risorse vere.
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